Costume e Società

San Luca, il 6 febbraio gli onori al Brigadiere Carmine Tripodi a 41 anni dall’attentato

Di Cosimo Sframeli

Il Brigadiere Tripodi contrastava l’industria dei sequestri che negli anni ’70 e ’80 prosperava nella Locride, un sistema brutale che incatenava uomini, donne e bambini, trattati come merce in attesa di riscatto. Poche cosche di San Luca e Platì gestivano decine di rapimenti in tutta Italia, accumulando capitali enormi con ferocia e costi minimi. Molti furono inghiottiti per sempre dall’Aspromonte, altri restituiti segnati nel corpo e nell’anima. A questa violenza si affiancavano traffici di droga internazionali e omicidi di mafia rimasti senza verità. A fronteggiare un’armata spietata c’erano pochi magistrati e carabinieri, spesso isolati o vittima di ispezioni e procedimenti che colpivano proprio chi cercava, con mezzi limitati, di fare il proprio dovere.
L’anno 1985 era un anno importante per il Brigadiere Carmine Tripodi, 25 anni da compiere il 14 maggio, comandante della Stazione Carabinieri di San Luca; era l’anno in cui si sarebbe sposato, l’anno in cui l’amore per Luciana, quella ragazza mite e dolce che lo attendeva ogni sera, per trascorrere con lui l’ora di cena, si sarebbe trasformato in una unione felice. Il giorno 5 febbraio 1985, il Brigadiere Tripodi aveva guidato il giudice istruttore di Napoli dr. Guglielmo Palmeri in una ispezione dei luoghi con l’ingegnere De Feo e i difensori degli imputati. In quella circostanza aveva fornito informazioni circa la proprietà degli ovili e il possesso dei pascoli nelle zone ove erano state individuate le prigioni del sequestrato. La sera del 6 febbraio 1985 non arrivò a Bianco dal capitano Claudio Vincelli né dalla sua Luciana. Lungo la strada, alla guida della sua autovettura, appena fuori da San Luca, trovò la morte e a nulla valse la sua reazione immediata e l’esplosione di sei colpi dalla sua pistola di ordinanza. Ma la decisione di uccidere il Brigadiere era stata presa già l’anno prima. In un giorno d’estate, era l’otto luglio del 1984, il Brigadiere dei Carabinieri Carmine Tripodi, assieme ad alcuni dei suoi uomini della Stazione di San Luca, si era incamminato, come era solito fare, per i sentieri delle montagne attorno a San Luca. Giunto in località Pietra Castiglia aveva notato qualcosa di strano. I militari si appiattarono nei pressi di un ovile e poco dopo si avvicinarono sino a interrompere una vera e propria riunione di una cosca. Nel gruppo di sette persone spiccava un latitante, perché colpito da un ordine di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli per il sequestro di persona di Carlo De Feo, un ingegnere napoletano “custodito” in Aspromonte per la cui liberazione, avvenuta nel febbraio 1984, venne pagato un riscatto di oltre quattro miliardi di lire. Alle indagini per quel sequestro, dirette dalla Procura della Repubblica e dal giudice istruttore di Napoli, il Brigadiere Tripodi aveva dato un contributo prezioso, localizzando otto rifugi dove era stato “detenuto” il sequestrato; aveva individuato persone e fornito l’organigramma delle cosche. Nell’occasione del giorno 8 luglio vennero arrestati pure gli altri sei per favoreggiamento personale, ma non rimasero a lungo in carcere. Alcuni erano parenti del latitante e pertanto non punibili, gli altri dissero che si erano incontrati per caso. La pistola rinvenuta se l’accollò il latitante. Non era frequente che i carabinieri capitassero in un ovile di montagna, sorprendendo sette esponenti di una cosca mafiosa che, successivamente, comprese chi avesse informato il Brigadiere Tripodi. La sorte di Giuseppe Giorgi, considerato infame, fu segnata. Sapeva troppo, addirittura era al corrente del progetto di uccidere il Brigadiere. Non era affidabile, non aveva tenuta, aveva rivelato nomi appena messo alle strette dai Carabinieri.
Nel processo per l’omicidio di Giuseppe Giorgi venne fuori che il ragazzo, nel settembre 1984 aveva rivelato alla madre un progetto di ammazzare il Brigadiere, confidenza che aveva ricevuto proprio da un esponente della ‘ndrangheta. Giuseppe Giorgi, malgrado il cognome, non era un rampollo di famiglie mafiose, non “apparteneva” a famiglie potenti; era un ragazzo comune nato e cresciuto in un posto sbagliato; stava adempiendo al servizio militare (leva obbligatoria) ed era tornato al suo paese in convalescenza. Il Brigadiere aveva fornito il parere favorevole per la proroga della convalescenza. Ed anche questo venne notato in paese. Così il 31 dicembre, mentre nel paese risuonavano colpi di pistola e fucili per festeggiare il nuovo anno, qualcuno sparò un colpo di pistola alla testa di Giorgi, che rimase là sulla strada, senza avere potuto vedere il nuovo anno. Il 5 febbraio 1985 il Brigadiere adempì, ancora una volta e come sempre, il suo dovere in montagna con il giudice, ma la sera del 6 febbraio, 25 anni ancora da fare, non incontrò Luciana, ma i pallettoni dei fucili che spensero i suoi sogni e la sua vita. Ai funerali, lo Stato fu rappresentato dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. Riccardo Bisogniero. Le indagini furono condotte dai Carabinieri, diretti e coordinati dal dr. Ezio Arcadi. I procedimenti penali relativi all’omicidio del giovane Giuseppe Giorgi e del Brigadiere Carmine Tripodi si conclusero senza condanne.

Redazione

Redazione è il nome sotto il quale voi lettori avrete la possibilità di trovare quotidianamente aggiornamenti provenienti dagli Uffici Stampa delle Forze dell’Ordine, degli Enti Amministrativi locali e sovraordinati, delle associazioni operanti sul territorio e persino dei professionisti che sceglieranno le pagine del nostro quotidiano online per aiutarvi ad avere maggiore familiarità con gli aspetti più complessi della nostra realtà sociale. Un’interfaccia che vi aiuterà a rimanere costantemente aggiornati su ciò che vi circonda e vi darà gli strumenti per interpretare al meglio il nostro tempo così complesso.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button