Ha creduto, ha sperato, ha amato: ricordando la signora Annamaria Ruggia in Pittelli

DiRomus
Ci sono vite che, pur segnate dalla sofferenza, riescono a lasciare una scia luminosa. La vita di Annamaria Ruggia, in Pittelli, è stata una di queste: una vita spesa amorevolmente, con una forza silenziosa che oggi, nel suo venir meno, lascia un vuoto che non si colma.
La sua esistenza è stata attraversata da un grado di sofferenza che pochi possono immaginare. Don Fabrizio Cotardo, nell’omelia, ha ricordato come Annamaria abbia portato sulle spalle un dolore che contraddice la legge naturale: un padre e una madre non dovrebbero mai seppellire i propri figli, eppure a lei è accaduto tre volte.
Prima un bimbo appena nato. Poi Salvatore, perduto in un terribile incidente stradale. Infine Stefania, strappata alla vita da una malattia incurabile.
Eppure, dentro questo dolore che avrebbe potuto spezzare chiunque, Annamaria ha custodito una vivacità intellettuale sorprendente, una lucidità gentile, una serenità che non era rassegnazione ma fede vissuta, concreta, quotidiana. Don Fabrizio l’ha definita una forma di “santità della porta accanto”: quella che non fa rumore, che non pretende riconoscimenti, ma che trasforma il dolore in offerta, la fatica in cura, la fragilità in testimonianza.
Ha sperato e ha creduto fino all’ultimo.
Ha creduto nella gioia della comunione dei santi, nella certezza che la morte non è una fine ma un passaggio. E oggi, nel suo ricongiungersi a chi l’ha preceduta, c’è una parte di consolazione per chi resta.
Accanto ai figli, Annamaria ha curato amorevolmente il marito, Michele Pittelli, accompagnandolo con dedizione e delicatezza, come solo chi ha imparato a trasformare la sofferenza in amore sa fare.
Rimangono a ricordarla, con affetto profondo, il figlio Luciano, la moglie Sandra, e i due nipoti Niccolò e Tommaso, insieme a tutte le persone che le hanno voluto bene e che oggi ne custodiscono l’eredità più preziosa: la capacità di affrontare la vita senza mai smettere di amare.
La sua storia non è solo un ricordo: è un insegnamento.
È la prova che la grandezza non sta nell’assenza di dolore, ma nella forza con cui si continua a credere, a sperare, a donarsi.




