Costume e Società

A Caulonia il confronto sulle violenze delle mafie contro donne e minori

C’è stato un momento, nel corso della serata ospitata all’AuditoriumAngelo Frammartinodi Caulonia, in cui il peso delle parole ha superato quello dei numeri, delle statistiche e perfino delle inchieste giudiziarie. È accaduto quando il nome di Maria Chindamo è tornato a riecheggiare tra il pubblico, nel decennale della sua scomparsa, trasformando la presentazione del libroPredatori. Sesso e violenza nelle mafiein qualcosa di più di un semplice appuntamento culturale.
È diventato un momento collettivo di memoria, consapevolezza e denuncia civile.
L’iniziativa, promossa dalla Diocesi di Locri-Gerace insieme a una rete di associazioni e realtà del territorio, ha acceso i riflettori su uno degli aspetti meno raccontati e più oscuri delle organizzazioni mafiose. Non soltanto il controllo economico o criminale, mala violenza esercitata sui corpi delle donne e dei minori come strumento di dominio, punizione e potere.
Ad accompagnare il confronto è stata la presenza di cittadini, operatori sociali, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, in una sala che ha seguito gli interventi con attenzione quasi sospesa, consapevole della delicatezza dei temi affrontati.
L’autrice Celeste Costantino, vicepresidente della FondazioneUna Nessuna Centomila, ha raccontato la nascita del volume definendolo «un viaggio nel dolore e nella sofferenza di tante storie». Un lavoro che attraversa decenni di vicende spesso rimosse o rimaste ai margini del racconto pubblico, affrontando temi come pedofilia, incesto, stupri di gruppo, prostituzione coatta e femminicidi all’interno dei contesti mafiosi.
«Il mito secondo cui le mafie non toccherebbero donne e bambine è stato ampiamente smentito», ha spiegato Costantino, sottolineando come il fenomeno della violenza sessuale nelle organizzazioni criminali sia stato per troppo tempo ignorato anche dagli studi sulla criminalità organizzata. Nel libro, la ’ndrangheta occupa uno spazio centrale, sia per la quantità di casi emersi sia per il radicamento culturale di determinate dinamiche nei territori del Sud.
Il riferimento a Maria Chindamo ha attraversato l’intera serata come un filo silenzioso ma costante. La sua storia, richiamata nel volume, è stata evocata non soltanto come tragedia personale, ma come simbolo di una violenza che nasce dentro sistemi sociali capaci di trasformare il dissenso, l’autonomia e la libertà femminile in una colpa da punire. La presenza del fratello Vincenzo Chindamo ha reso ancora più intenso il clima dell’incontro.
Di grande spessore anche l’intervento del procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, che ha definito quella mafiosa«una sottocultura che vive di pregiudizi, apparenze e incapacità di confrontarsi con i cambiamenti della società». Borrelli ha spiegato come la violenza di genere non rappresenti un fenomeno marginale nelle mafie, ma uno strumento funzionale al mantenimento degli equilibri interni e al controllo sociale.
A emergere con forza, nel corso della serata, è stato soprattutto il valore educativo e culturale dell’iniziativa. Portare un confronto di questo livello in un centro della Locride ha significato rompere una consuetudine fatta troppo spesso di silenzi, rimozioni e paura. Lo ha ricordato anche Carmen Bagalà, direttrice della Caritas Diocesana, sottolineando come mafia e mafiosità non coincidano sempre e come certi atteggiamenti violenti e patriarcali possano annidarsi anche nelle relazioni quotidiane e famigliari.
«Dobbiamo riconoscere questi comportamenti per disinnescarli e proteggere donne e minori», ha affermato Bagalà, rilanciando il ruolo fondamentale della collaborazione tra Chiesa, associazioni e istituzioni nel costruire percorsi di prevenzione e sostegno alle vittime.
Anche il sindaco di Caulonia, Francesco Cagliuso, e il vicesindaco Giovanni Maiolo hanno evidenziato l’importanza di ospitare sul territorio occasioni di confronto capaci di unire cultura e responsabilità civile.
In fondo, il senso più profondo della serata è rimasto proprio l’idea chefare cultura in territori complessi significa anche avere il coraggio di nominare il dolore, rompere le omertà e restituire dignità alle storie che troppo spesso vengono lasciate ai margini.In una terra dove la parola “mafie” rischia talvolta di diventare astratta o rituale, incontri come quello di Caulonia ricordano invece che la battaglia contro la violenza passa prima di tutto dalla coscienza collettiva e dalla capacità di guardare senza paura dentro le ferite della propria comunità.

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Francesca Sabatini

Giornalista d’assalto e senza peli sulla lingua, Francesca sarebbe disposta davvero a tutto pur di raccontare la verità. La sua esperienza nel settore dell’audiovisivo ne fa una professionista a tutto tondo, ma è nell’elaborazione dei testi che la Sabatini dà il meglio di sé. Mente brillante al servizio di un territorio che intende “rovesciare come un calzino”, non c’è stenografo che possa tenerle testa o opinionista da salotto che possa leggere le sfumature della realtà politica locale come lei ci ha abituato a fare. Il suo sogno? Essere la prima a raccontare l’incontro con una civiltà aliena.

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