Costume e SocietàLetteratura

Il dilemma di Zaleuco

La legge è uguale per tutti

DiGiuseppe Pellegrino

Gorgia fece sapere a Lisippa che maggiore sarebbe stata la gioia se il vecchio padre poteva vedere a Siracusa il figlio del figlio, se per il povero pròsseno di Siracusa neppure le spoglie, sepolte a Locri, poteva vedere. Assicurò la donna del benessere che avrebbe goduto il piccolo Ilone, a cui andavano le ricchezze immense che le sue sue spoglie avevano nascosto a tutti, e il cui segreto Zaleuco aveva scoperto. Lisippa piangeva e forte disse a Gorgia: «Già il gallo ha preannunciato l’alba e Ilone è già tra noi. Di questo non avevo mai dubitato. Ma non l’aspettavo così presto». Fra tre giorni, ripetè Gorgia, fra tre giorni avrebbero preso la nave da Zeffirio.
Imena sentì e si rabbuiò. La donna si era abituata alla presenza del bambino, che in cuor suo sperava non lasciasse più la casa. La giocosità di Ilone riempiva la casa, e la donna sentiva meno il dolore dell’assenza dell’unico figlio. Maledisse Zaleuco che non aveva taciuto. Perchè dire a Gorgia del bambino? Perché scoprire le ricchezze di Ilone che a Locri non potevano essere usate? Zaleuco era fuori, ma al ritorno non sapeva che cosa lo avrebbe aspettato.
Zaleuco quella mattina era indeciso se uscire o meno. Forse era meglio aspettare a casa il giorno del giudizio. Poi pensò che la sua assenza sarebbe stata giudicata dai concittadini come paura o, perlomeno, come perplessità sulla giustezza delle sue leggi. Andò all’agorà, andò al mercato, con tutti scambiò parole e commenti e tutti risposero inchinati al magistrato. Ma i colloqui erano fugaci. Le persone sembravano aver fretta di chiudere il discorso. Capì, Zaleuco, che una grande incertezza si stava impossessando dei cittadini. Il timore che le idee di Tirso, più che le sue azioni, avrebbero portato nocumento a Locri, si fece certezza. Poco importava aver disseminato il proemio e le leggi di precetti sull’obbligo di rispettare la legge. La verità è che una legge trova il rispetto in sé stessa se viene considerata giusta. Ma una volta dubitato della sua giustezza, quale cittadino avrebbe sentito in se stesso il dovere di ubbidire alle leggi? L’ira gli gonfiò il petto. Non avrebbe mai permesso, pensò il magistrato, che il lavoro di tanti anni finisse per essere gettato al vento. Non avrebbe mai permesso che costumi facili e uomini molli potessero mai incrinare Locri. Il pensiero gli fece animo e la testa andò alla tenzone del giorno dopo. Tirso, il giovane Tirso, lo stratega, l’oratore, il politico, il cospiratore avrebbe conosciuto la sua triste sorte il giorno del giudizio. Se l’accecamento non poteva esserci, il cappio non avrebbe dato nobiltà al discepolo di Senocrito. Così pensò e si avviò verso casa ormai tranquillo, non lontanamente perpiscace della bufera che lo aspettava a casa.
Appena entrato a casa, Zaleuco per la prima volta non vide Imena pronta a riceverlo. Pensò che la donna non si sentisse bene. Stava per chiamare un serva del gineceo per domandare, quando dalle scale Imena cominciò a scendere. Ebbe l’impressione di un falco che scedeva a ghermire la sua preda, tanto truce era lo sguardo della compagna di desco. Zaleuco guardò dentro di sé domandandosi di quale colpa si era macchiato per scatenare l’ira della donna. Non ebbe il tempo neppure di interloquire che Imena cominciò: «Io mi domando, magistrato, se tu abbia mai pensato che ogni tua decisione possa danneggiare qualcuno. Io mi domando se questa donna nella tua casa abbia mai avuto un posto nelle decisioni del desco comune. Io non sono figlia di Donna delle Cento Case. Io non posso vantare discendenza divina. Ma non per questo mi sento di poter essere considerata solo strumento, senza pensieri e sentimenti, della tua volontà. Ti ho perdonato l’offesa fatta al nostro unico figlio, perché ho sempre pensato che una vita coerente richiede i suoi sacrifici. Ma perché privarmi del piccolo Ilone? Perché togliere a questa donna, che non può avere più figli, la voglia di sentire passi leggeri, grida improvvise, la sensazione di una casa ritornata viva s enza dover guardare solo ai rimpianti del passato? Anche Lisippa era una compagnia!».
Ora il magistrato capiva il furore della donna, che per la prima volta l’aveva chiamato magistrato, come una estranea. Capì il dolore di Imena che era anche il suo. Ma un figlio nella casa di Zaleuco poteva avere solo le prospettive di una vita severa e senza tentennamenti. Con voce addolcita, rispose alla compagna.
«Mai niente ti ho nascosto, Imena. Anche quando non parlavo e stavo zitto tu potevi leggere nei miei pensieri, perché mai ti ho mentito. Capisco il tuo disappunto, che è stato anche il mio, quando Gorgia mi parlò di portare al vecchio padre, se non il corpo di Ilone, il figlio del pròsseno. Ma mi son chiesto in un attimo che diritto noi abbiano su un bambino di sottrargli la ricchezza del padre e di destinarlo a una vita non facile. Ilone non può restare a Locri, perché la sua ricchezza sono le monete nascoste dal padre. La sua vita sarà agiata e potrà aspirare a grandi cose e noi non abbiamo alcun diritto di imporre la nostra vita».

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