Costume e SocietàLetteratura

Dal dovere di partecipare al diritto di dissentire

Le riflessioni del Centro Studi

DiStefania Mantelli – Foro di Catanzaro

Se l’indifferenza rappresenta dunque il contrario dell’impegno civile e della partecipazione democratica, appare inevitabile interrogarsi sul modo in cui le società contemporanee guardano oggi alle forme di dissenso. Quelle stesse manifestazioni che per lungo tempo sono state considerate un’espressione legittima della cittadinanza attiva e uno strumento di progresso sociale vengono sempre più spesso interpretate principalmente come questioni di ordine pubblico e sicurezza. Da alcuni anni a questa parte, infatti, più che essere ritenute un’espressione dei diritti fondamentali finalizzata a contribuire al cambiamento e a difendere i diritti propri e altrui, le manifestazioni di protesta vengono osservate dalle forze governative soprattutto sotto il profilo della gestione della sicurezza.
Allora è bene specificare che, anche se il diritto di protesta non è considerato un diritto a sé nei trattati internazionali, nel momento in cui i cittadini partecipano a proteste esercitano una serie di diritti, come la libertà di espressione e il diritto di riunione pacifica che godono di ampia tutela nella Carta fondamentale e nel diritto internazionale. Tale collocazione nel sistema normativo rende legittimi la possibilità di organizzare incontri, scioperi, eventi, sit-in e forme varie di protesta. Peraltro, è innegabile che riunirsi pacificamente consenta di partecipare alla vita politica del proprio Paese.
Il diritto di protesta, pertanto, contempla anche la possibilità che vi siano raduni spontanei che non possono, per il solo fatto che non vi sia stata una previa comunicazione alle autorità competenti, portare alla conseguenza di dover disperdere i manifestanti.
Ricordiamo tutti la protesta pacifica dei portuali di Trieste che rivendicavano la libertà vaccinale durante il periodo pandemico, seduti in terra, mano per la mano, raggiunti da idranti di acqua gelata e poi spostati di peso. Dal punto di vista legislativo, il primo passo è stato il cd. decreto legge rave party, convertito in legge nel dicembre 2022, che ha comportato un irrigidimento delle regole relative ai raduni e, a seguire, la legge nº 6 del 2024 cd. contro gli eco-vandali. Parimenti, sullo stesso solco, si pone l’uso dei cd. fogli di via, i quali da strumento di prevenzione stanno diventando piuttosto uno strumento di gestione del dissenso.
Di certo, però, la punta dell’iceberg si è raggiunta con il cd. Decreto sicurezza 2025 che da ddl, dopo le tante proteste e le innumerevoli e qualificate critiche (tra tutte quelle del Presidente della Repubblica, dell’OSCE, del Commissario per i diritti umani presso il Consiglio d’Europa e dei relatori speciali delle Nazioni Unite) provenienti da più parti, si è tramutato in decreto-legge, successivamente convertito in legge. E difatti, disattendendo ogni rilievo critico, (operato anche attraverso l’esorbitante numero di emendamenti presentati) e le sollecitazioni dell’opinione pubblica, tra le misure adottate, sono state previste dotazioni di bodycam per le forze di polizia, senza peraltro prevedere codici identificativi alfanumerici; la punibilità dei blocchi stradali con una pena che può arrivare anche a sei anni di carcere, se commessi da più persone riunite; l’estensione del cd. DASPO urbano a coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nei cinque anni precedenti e l’introduzione del reato di rivolta in carcere e nei CPR, arrivando a punire finanche la resistenza passiva.
In questo quadro, le scelte del Governo finiscono per scoraggiare ogni manifestazione di protesta, fiaccando quell’afflato etico alla base dell’attivismo che cerca, di regola, del tutto naturalmente, ogni possibile modo per dare espressione all’indignazione o al dissenso, motore di una cittadinanza attiva e partecipe delle scelte politiche del suo tempo. A ciò si aggiunge la narrazione da parte dei mezzi di informazione che tende a criminalizzare le forme di dissenso.
Orbene, ogni epoca ha i suoi mostri e le sue paure, ma certo i valori etici dovrebbero essere universali e senza tempo e quindi massima espressione dovrebbe essere garantita ai diritti fondamentali tutelati dalla Carta costituzionale e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in quanto propri di una società democratica.
Non può l’indifferenza essere il nuovo valore fondante della nostra società.

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