
Ogni settembre la prima campanella richiama in aula quasi otto milioni di studenti, con i ministri che, da qualche anno a questa parte, parlano di competenze digitali, intelligenza artificiale, laboratori 4.0 e della grande occasione rappresentata dai fondi del PNRR, raccontandoci di una scuola che guarda al futuro, capace di preparare i cittadini di domani attraverso l’innovazione tecnologica e nuovi modelli didattici.
Eppure basta allontanarsi di pochi passi dalla retorica istituzionale per accorgersi che quell’immagine è, in larga parte, un’illusione ottica. I rapporti sulla sicurezza scolastica continuano a descrivere un patrimonio edilizio composto da migliaia di edifici che sorgono in aree ad alto rischio sismico, presentano criticità strutturali o, addirittura, si trovano in territori vulnerabili dal punto di vista idrogeologico. Si viene così a delineare unparadosso per il quale mentre lo Stato investe con entusiasmo nel software della scuola, l’hardware – pilastri, tetti, solai e impianti – continua a inseguire decenni di ritardi.
In Calabria questa contraddizione assume i contorni di una vera geografia della fragilità. Qui la sicurezza non è un tema teorico, ma una condizione quotidiana, innanzitutto perché costruire una scuola significa fare i conti con terremoti, dissesto, manutenzione e con un patrimonio edilizio spesso progettato in epoche in cui gli standard erano profondamente diversi dagli attuali.
Ma l’edilizia scolastica non coincide soltanto con la stabilità delle strutture.Una scuola moderna è anche una scuola che garantisce uguaglianza sociale, motivo per cui, per guardare solo all’aspetto organizzativo più evidente, la cronica assenza di mense in molti plessi del Mezzogiorno, più che un semplice dettaglio amministrativo, rappresenta spesso la rinuncia al tempo pieno, la riduzione delle opportunità educative e l’aumento esponenziale delle difficoltà a contrastare quella dispersione scolastica che nelle aree periferiche continua a rappresentare una delle principali emergenze civili del Paese.
Nella Locride, poi, il problema non è soltanto trovare i finanziamenti, ma riuscire a trasformarli in cantieri conclusi. Negli ultimi anni sono arrivati milioni di Euro attraverso PNRR, fondi europei e programmi nazionali, ma tra la delibera e il taglio del nastro esiste un imbuto amministrativo spesso insormontabile.
I piccoli comuni soffrono una carenza cronica di personale tecnico capace di seguire opere sempre più complesse, così il finanziamento, anziché rappresentare un’opportunità, diventauna trappola di scadenze, varianti progettuali, contenziosi e adempimenti che le nostre amministrazioni sottodimensionate faticano a sostenere.
A questo si aggiunga che il tempo della burocrazia non coincide mai con quello dell’educazione e che se per un dirigente o un sindaco due anni possono essere la durata fisiologica di un cantiere, per uno studente della primaria rappresentano metà del proprio percorso scolastico. Una differenza che spesso sfugge alle statistiche.
Il caso esploso nel fine settimana a Siderno racconta perfettamente questo cortocircuito e se bene ha fatto l’Area Moderata, attraverso il consigliere Antonio Cosimo Pio Trimboli, a chiedere chiarezza sul trasferimento di sette classi del plessoMichele Belloall’IstitutoGuglielmo Marconi, domandando cronoprogrammi, garanzie sulla sicurezza e certezze sui tempi di rientro, altrettanto legittimo è stato, da parte della giunta Fragomeni,rivendicare la portata degli investimenti dedicati all’edilizia scolastica, che non ha precedenti nella storia recente della città e che, da soli, sarebbero sufficienti a giustificare il disagio di una sistemazione provvisoria.
Entrambe le narrazioni contengono infatti una parte di verità. L’opposizione interpreta l’ansia immediata delle famiglie, costrette a riorganizzare trasporti, orari e quotidianità, mentre la maggioranza rivendica il perseguimento di un obiettivo difficilmente contestabile, la messa in sicurezza edifici frequentati ogni giorno da centinaia di bambini.
Il problema, piuttosto, e qui usciamo dal caso specifico per tornare a parlare in termini generali, è che la sicurezza futura entra inevitabilmente in conflitto con la normalità presente.Non è un fallimento del cantiere, ma il sintomo di una macchina pubblica che arriva spesso troppo tardi. Se gli interventi fossero programmati e completati negli anni ordinari della manutenzione, probabilmente non sarebbe necessario trasferire intere classi né trasformare una scelta tecnica in uno scontro politico.
La tentazione della politica è misurare il proprio successo attraverso i milioni intercettati o il numero dei cantieri inaugurati ma, soprattutto la scuola non si giudica dalla grandezza del cartello affisso davanti all’edificio, quanto dallaserenità con cui un bambino entra in classe ogni mattina.
La Locride, oggi con Siderno ma ieri con Locri, Gerace o Cirella, ci ricorda che i fondi sono indispensabili, ma non bastano. Senza un investimento deciso sulla capacità amministrativa dei territori, continueremo ad avere scuole ricche di progetti e povere di continuità. E i cantieri, anziché rappresentare il segno del futuro, finiranno per diventare l’immagine più fedele del nostro presente.




