Costume e SocietàLetteratura

L’uomo che rifiutò Venezia

Il Rinnegato

DiGiuseppe Pellegrino

Relazione
Dell’
IMPERO OTTOMANNO
DEL SENATORE
COSTANTINO GARZONI
STATO ALL’AMBASCERIA DI COSTANTINOPOLI
NEL 1573

Conclusasi la pace col Turco, e pubblicata nel pubblico consiglio di Pregadi, al 4 aprile dell’anno 1572 fu deliberato di creare un ambasciatore al sultano Selim, per confermazione dei capitoli, ed eleggere insieme al nuovo baillo in Costantinopoli in luogo del carissimo Barbaro, fermatosi già in quella città più dell’ordinario per rispetto alla guerra. Per esecuzione dunque di tale deliberazione, fu eletto ambasciatore il clarissimo Andrea Badoaro, e per baillo il clarissimo Tiepolo mio cugino; la elezione del quale parendomi che invitasse ancora a vedere l’imperio potentissimo di Levante, siccome avevo veduto li regni di Ponente l’anno prima con sua signoria clarissima, deliberai di non perdere in modo alcuno così opportuna occasione. Ma trovandomi io in quel tempo savio degli ordini, né essendo per questa potestà mia il patirmi, mi convenne ricercar grazia dall’illustrissimo  consiglio di Pregadi che mi concesse licenza; la quale con non meno liberalità mi fu concessa da quei sapientissimi padri, di quel che m’avessero concesso così onorato grado nella mia patria.

Ora il Doge si cominciò ad annoiare. Certo la giustificazione che il senatore dava della sua partenza andava contenuta nella relazione, ma il senatore era un uomo minuzioso si che descriveva ogni singolo particolare anche inutile, ed il Doge voleva arrivare al punto. Gli interessava la descrizione di tutti i comandanti del Levante, ma di uno in particolare era assetato di notizie. Scorse così la relazione senza leggere, e velocemente, in modo però da intravedere un nome conosciuto, ma sconosciuto o quasi l’uomo, seppure tutti ne dicessero mirabilia. Fu fortunato, il Doge, perché non aveva scorso neppure un terzo della relazione che il suo sguardo si fermò e iniziò di nuovo a leggere; lentamente, però, ora, così che ogni parola entrasse nella sua mente in meditazione. Invero, il Doge, arrivato al nome, scorse indietro qualche pagina, poiché voleva capire meglio le ragioni del ricevimento. Il Senatore non le diceva esplicitamente, ma dalla minuziosa lettura si poteva capire. Perciò si apprestò ad un lunga lettura, tralasciando i preliminari del banchetto.

Finito il banchetto uscirono li clarissimi della sala, e sederono in un altro appartato luogo del cortile. Intanto, fu posto all’ordine il presente, e distribuito a molticapigìacciocchè lo portassero innanzi al Gran-Signore. Entrarono li pascià in una porta più addentro, seguitati dalli clarissimi e da noi altri che dovevamo baciar le mani di sua maestà, che giungevano al numero di settantaquattro. A questa porta vi erano numero venti eunuchi per guardia, e poi più addentro vi era una loggia o camera in isola al piè piano, nella quale stava il Gran Signore. Entrarono dentro li pascià, e poi li clarissimi e tutti noi, uno alla volta, condotti per le braccia da duecapigì-bascì,li quali innanzi al Gran-Signore ci fecero fare così grande riverenza, che fummo sforzati di inginocchiarci, e baciare il lembo della veste di sua maestà. Stava il Turco seduto sopra il sofà, senz’alcuna sponda per appoggiarsi. In terra erano tappeti di seta e d’oro, superbissimi quanto di si possa, per tutta la camera, il muro della quale sfornito, ma tutto coperto di lavori di finissime porcellane. All’incontro del Gran-Signore, era una finestra ferriata, innanzi alla quale passarono i Turchi con il presente dei clarissimi, e per qui si dice che passano tutte le prede d’importanza fatte o dagli eserciti, o dalle armate di questo potentissimo imperatore, e dicesi che vi passò medesimamente la testa de’ gentiluomini Veneziani, e la pelle del Bragadino quando fu presa Famagosta, la quale è conservata, e ancora si vede, all’arsenale.

Il Doge alla lettura ebbe un moto di disgusto, ribrezzo e rabbia, e, temendo altre descrizioni, saltò per intero la pagina successiva, entrando quasi nel merito della sua ricerca. La vicenda del Bragadino aveva avuto risvolti spaventosi e una tragica fine era servita a coalizzare meglio la Lega Santa, ma ancora, pure dopoLepanto,la morte feroce di un uomo coraggioso veniva esposta a ludibrio di tutto l’Occidente, perché una pelle impagliata era appesa a un albero di una nave, a ’mo di trofeo. L’uomo si fermò. Doveva far passare l’attimo di smarrimento e la rabbia infinita al ricordo dell’orrendo evento. Posò di nuovo gli occhi sulla relazione e continuò a leggere.

Il giorno seguente, cioè il dì dei morti, entrò il Piali-Pascià con cento trenta galere sottili, molto mal in ordine d’uomini, remi, e artiglierie. Entrarono ancora insieme dodici maone, fatte all’imitazione delle nostre galere grosse, ma non hanno né tanto piazza a poppa e prora, né sono di gran lunga fornite di artiglieria come le nostre; vanno però a remi, e alcune di esse sono assai buone. Subito giunto Piali, andò a far riverenza al primo visir, presentandogli ricchissimi presenti, come costumano li Turchi verso i principali quando ritornano da qualche governo. Il dì dopo baciò le mani al Gran-Signore, presentandogli schiavi, argenti, panni d’oro e di seta, e altre cose di molta valuta. Li clarissimi nostri, pochi giorni di poi, visitarono il detto Piali, il quale li ricevette con molta cortesia e grate parole.

A questo punto la voglia di proseguire del Doge diventò frenesia, perché con la coda dell’occhio vide il nome della persona della quale voleva sapere tutto. Continuò così a leggere.

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