Costume e SocietàLetteratura

Il fantasma di Vito Loscuro

La lettera che non brucia

DiLucio Noctis

Il nomeVito Loscurotornava sempre. Come un’eco. Come un rumore di fondo che nessuno voleva ascoltare, ma che non smetteva mai di vibrare. Lorenzo Arduini lo aveva trovato nelle lettere dal carcere, nei fascicoli della Procura, nei racconti sussurrati nei bar di Portofermo.
Ogni volta, lo stesso schema: Sia appariva, spariva, riappariva.
Un’ombra che attraversava clan diversi senza mai appartenere davvero a nessuno.
E questo, in un mondo come quello di Calidòr, era una condanna.

La decisione

Lorenzo decise di andare aRocca Serpente, il paese dove Sia era nato e dove, secondo alcuni, aveva trovato rifugio negli ultimi mesi prima di morire.
Un luogo sospeso tra montagna e nebbia, con case di pietra che sembravano scolpite nella roccia e strade così strette che due auto non potevano incrociarsi.
Il bar del paese era quasi vuoto.
Dietro il bancone, un uomo robusto, con la barba grigia e gli occhi stanchi, puliva un bicchiere con un panno che sembrava più vecchio di lui.
«Cerco informazioni su Vito Loscuro» disse Lorenzo.
Il bicchiere si fermò.
Il panno si fermò.
Il tempo si fermò.
«Vittorio è morto» disse l’uomo.
«Lo so.»
«Allora cosa vuole?»
«Capire perché.»
L’uomo posò il bicchiere.
Si avvicinò.
«Vittorio era un uomo che non sapeva stare fermo.
Un giorno era con i Merrano, il giorno dopo con i Novaro, il giorno dopo ancora con i Mordelli.
Non per soldi.
Non per potere.
Per paura.»
«Paura di cosa?»
L’uomo abbassò la voce.
«Di quello che aveva visto.»

L’incontro segreto

Lorenzo prese posto a un tavolino.
L’uomo si sedette di fronte a lui, come se avesse deciso che era arrivato il momento di parlare.
«Vittorio era presente a un incontro nei Boschi Neri.
Un incontro che non doveva esserci.
Un incontro tra uomini che non dovevano parlarsi.»
«Chi?»
«Novaro e Merrano.»
Lorenzo sentì un brivido.
«E cosa si dissero?»
«Non lo so.
Ma so cosa successe dopo.»
L’uomo si passò una mano sul volto.
«Orso tornò qui, a Rocca Serpente, e disse che aveva visto qualcosa che avrebbe cambiato tutto.
Che qualcuno stava tradendo qualcuno.
Che la scissione non era solo una guerra tra clan, ma una guerra tra… poteri.»
«Poteri?»
«Poteri che non portano pistole.
Poteri che portano cravatte.»
Lorenzo si irrigidì.
«E cosa fece Orso?»
«Fece l’unica cosa che poteva fare: scappò.
Ma non abbastanza lontano.»

La busta

L’uomo si alzò.
Andò dietro il bancone.
Tornò con una busta ingiallita.
«Questa è sua» disse, porgendola a Lorenzo.
«L’ha lasciata qui due giorni prima di morire.
Disse che se non fosse tornato entro una settimana, qualcuno avrebbe dovuto consegnarla a un giornalista.
Non pensavo che quel giorno sarebbe arrivato.»
Lorenzo aprì la busta.
Dentro c’era un foglio piegato in quattro.
Lo aprì.
Una sola frase, scritta con una grafia nervosa:
“Non è lui il mandante.
È quello che gli sta dietro.”

Lorenzo sentì il cuore accelerare.
«Chi è “lui”?» chiese.
L’uomo scosse la testa.
«Non lo so.
Ma so chi è quello che gli sta dietro.»
«Chi?»
L’uomo si avvicinò.
Molto.
Troppo.
«Un uomo che non compare mai nei fascicoli.
Un uomo che non appare nelle intercettazioni.
Un uomo che non ha bisogno di sporcarsi le mani.»
«Un uomo dello Stato?»
L’uomo non rispose.
Ma il silenzio fu più eloquente di qualsiasi parola.

La strada

Quando Lorenzo uscì dal bar, la nebbia era scesa così fitta che sembrava di camminare dentro un sogno. O dentro un incubo.
Il telefono vibrò.
Un nuovo messaggio anonimo.
“Sia non è un fantasma.
È un avvertimento.”

Lorenzo guardò la strada.
La nebbia.
Le ombre che si muovevano senza forma.
Il fantasma di Vito Loscuro non era tornato per raccontare la sua storia.
Era tornato per indicare la strada.
E quella strada portava sempre più vicino alla verità.
Una verità che qualcuno era disposto a uccidere pur di tenere sepolta.

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