Costume e Società

La necessità di una tutela costruita sulle persone

Diritti al limite

Esistono situazioni nelle quali la vulnerabilità non si presenta in una sola forma. Una donna può essere vittima di violenza e, contemporaneamente, trovarsi a vivere una condizione di disabilità che rende ancora più difficile chiedere aiuto, denunciare, sottrarsi al proprio aggressore o accedere ai servizi di protezione.È su questa particolare intersezione che ci concentreremo nell’appuntamento odierno del nostro percorso con l’avvocato Nirta.
Il tema è emerso durante il racconto dell’esperienza maturata nel 2024 nell’ambito diGinestra – Stati Generali contro la violenza di genere, nella quale Nirta ha lavorato come consulente esterna alla stesura di un protocollo dedicato proprio alle donne con disabilità vittime di violenza.
La scelta di dedicare un protocollo specifico a questa categoria nasce dalla considerazione semplice quanto fondamentale cheuna tutela uguale per tutti non sempre produce un risultato realmente equo. Se le condizioni di partenza sono differenti, anche gli strumenti necessari per garantire protezione possono dover essere differenti.
La disabilità può infatti creare innanzitutto barriere fisiche, ma anche comunicative, economiche, sociali e relazionali. Una persona che dipende da altri per alcune attività quotidiane può trovarsi in una posizione di particolare esposizione nei confronti di chi esercita violenza. In queste circostanze, la possibilità stessa di raccontare ciò che accade o di interrompere una relazione abusante può diventare più complessa.
Nella nostra chiacchierata l’avvocato Nirta non pretende di fornire una fotografia completa di questo fenomeno, ma introduce un tema che merita di essere affrontato con maggiore attenzione:la protezione non può essere progettata ignorando le condizioni concrete della persona che dovrebbe beneficiarne.
È questo il significato che possiamo attribuire al lavoro sui protocolli richiamato dall’avvocato. L’obiettivo, nella sua esperienza, è stato quello di elaborare risposte «mirate e sartoriali», capaci cioè di tenere conto delle specifiche esigenze delle donne con disabilità.
La stessa logica si ritrova nel riferimento che Nirta ci propone al protocollo dedicato ai figli delle vittime di violenza e al fenomeno dellaviolenza assistita. Anche in questo caso emerge la necessità di guardare oltre la persona direttamente aggredita, perché la violenza può produrre conseguenze su chi vive accanto alla vittima e assiste agli episodi, generando forme di sofferenza che non possono essere ignorate nel momento in cui si costruisce una rete di protezione.
Questo significa che il contrasto alla violenza di genere non può essere affidato a una sola figura professionale, ma è indispensabile costruire unarete di professionisti che vantino competenze diverse e capacità di cooperazione con colleghi specializzati in ambiti differenti, perché le esigenze di una vittima possono riguardare contemporaneamente il piano giuridico, psicologico, sociale, sanitario ed economico.
È anche per questo che assume rilievo l’esperienza dello sportello antiviolenza attivato all’Università Mediterranea di Reggio Calabria di cui abbiamo parlato in precedenza, per il quale l’avvocato racconta di offrire gratuitamente la propria attività professionale insieme ad altre colleghe e psicologhe proprio con l’obiettivo di sostenere donne vittime di violenza e persone che subiscono discriminazioni.
Un presidio di questo tipo può contribuire aridurre la distanza tra la persona vulnerabile e le istituzioni, creando uno spazio nel quale la richiesta di aiuto possa essere formulata senza dover necessariamente compiere subito tutti i passaggi formali di una denuncia.
È un aspetto decisivo perché una delle grandi difficoltà della lotta alla violenza consiste proprio nell’intercettare la vittima prima che l’isolamento diventi definitivo. Chi subisce una violenza può avere paura delle conseguenze, dipendere economicamente dal proprio aggressore, temere di non essere creduto oppure preoccuparsi per i figli. Se a tutto questo si aggiunge una condizione di disabilità, gli ostacoli possono diventare ancora più numerosi.
Da qui la necessità di una cultura della tutela che sappiariconoscere le differenze senza trasformarle in nuove forme di esclusione.
Il tema della disabilità, quindi, non è un capitolo laterale della discussione sulla violenza di genere, ma una delle prove attraverso le quali si misura la qualità di un sistema di protezione. Una società è realmente capace di tutelare le persone più vulnerabili quanto meglio riesce a costruire strumenti che tengano conto della loro concreta condizione.
E il messaggio che emerge dall’esperienza raccontata dall’avvocato Nirta è proprio chenon basta dire che tutti hanno diritto alla stessa protezione, ma occorre fare in modo che ciascuno possa concretamente raggiungerla.

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Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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