Costume e SocietàLetteratura

Il Mastro di Portofermo

La lettera che non brucia

DiLucio Noctis

A Portofermo, il nomeMastronon veniva mai pronunciato ad alta voce.
Non era un soprannome.
Non era un titolo.
Era un ruolo.
Un ruolo che nessuno voleva avere, ma che tutti temevano.
Il Mastro era l’uomo che decideva quando un clan doveva fermarsi.
Quando una guerra doveva cessare.
Quando un ordine doveva essere eseguito.
Era il custode invisibile dell’equilibrio criminale di Calidòr.
E secondo alcune voci, era stato lui – e non i Mordelli – a sospendere l’operatività del clan durante la scissione.
Un potere così grande non apparteneva a un boss.
Apparteneva a qualcunoal di sopradei boss.

L’ex affiliato

Lorenzo Arduini aveva sentito parlare del Mastro per la prima volta da Ferraro, ma solo ora capiva quanto fosse centrale.
Decise di incontrare l’unica persona che, secondo le sue fonti, aveva avuto contatti diretti con lui:Dominik Rindo, un ex affiliato dei Mordelli, ora agli arresti domiciliari in una casa isolata sulla collina di San Martino.
Rindo lo accolse sulla soglia con un sorriso stanco e un bicchiere di vino in mano.
«Lei è il giornalista – disse. – Quello che sta scavando dove non dovrebbe.»
«Sto cercando la verità su Elia Giordani.»
Rindo fece un cenno con la testa, come se quel nome gli pesasse.
«Entri.»

Il senza nome

La casa era piccola, disordinata, piena di libri e bottiglie vuote.
Rindo si sedette su una poltrona consumata e indicò a Lorenzo una sedia di fronte a lui.
«Lei vuole sapere del Mastro» disse.
«Sì.»
Rindo sospirò.
«Il Mastro non è un uomo.
È un’istituzione.
Un ruolo che passa di mano in mano.
Sempre a qualcuno che non compare nei fascicoli.
Sempre a qualcuno che non ha bisogno di sporcarsi le mani.»
«Un uomo dello Stato?»
Rindo sorrise amaramente.
«Lo Stato è un concetto.
Il Mastro è una persona.
E quella persona… ha più potere di tutti i clan messi insieme.»
«Perché ha sospeso i Mordelli?»
«Perché stavano diventando troppo forti.
Troppo autonomi.
Troppo imprevedibili.»
«E cosa c’entra questo con Elia?»
Rindo si fece serio.
Molto serio.
«Elia ha visto il Mastro.»
Lorenzo sentì un brivido corrergli lungo la schiena.
«Come?»
«Era al matrimonio dei Gura.
Era lì per servire ai tavoli.
E ha visto un uomo che non doveva essere lì.
Un uomo che non apparteneva a nessun clan.
Un uomo che parlava con Novaro e con Gura come se fosse il loro superiore.»
«Il Mastro.»
Rindo annuì.
«E quando un ragazzo pulito vede il Mastro… quel ragazzo non può più vivere.»

L’insistenza

Lorenzo si appoggiò allo schienale della sedia.
Il mondo sembrava inclinarsi.
«Chi è il Mastro?» chiese.
Rindo si alzò lentamente.
Andò verso una finestra.
Guardò fuori, come se temesse che qualcuno potesse ascoltare.
«Non posso dirlo.
Non perché non voglio.
Perché non posso.»
«Perché?»
Rindo si voltò.
Aveva gli occhi lucidi.
«Perché il Mastro non è un uomo qualunque.
È un uomo che può far sparire chiunque.
Anche me.
Anche lei.»
«E lei crede che sia lui il mandante dell’omicidio di Elia?»
Rindo scosse la testa.
«No.
Il Mastro non sporca le mani.
Il Mastro dà ordini.
E qualcun altro li esegue.»
«Chi?»
Rindo si avvicinò.
Molto.
Troppo.
«Il killer non importa.
Quello che importa è chi ha coperto tutto dopo.
Chi ha fatto sparire le lettere.
Chi ha manipolato i fascicoli.
Chi ha fatto credere che fosse una faida.»
«Chi?»
Rindo sussurrò una sola parola.
«Un funzionario.»
«Di quale ufficio?»
Rindo sorrise.
Un sorriso triste, rassegnato.
«Dell’unico ufficio che può decidere chi vive e chi muore senza sparare un colpo.»

Osservato

Quando Lorenzo uscì dalla casa, il cielo era diventato scuro.
Il vento portava un odore di pioggia e di terra bagnata.
Il telefono vibrò.
Un nuovo messaggio anonimo.
“Non cercare il Mastro.
Il Mastro ti ha già trovato.”

Lorenzo guardò la strada.
Per un istante, ebbe la sensazione che qualcuno lo stesse osservando da lontano.
Il Mastro non era un nome.
Era un’ombra.
Un’ombra che aveva deciso il destino di Elia vent’anni prima.
E ora… aveva deciso di osservare lui.

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