
DiGiuseppe Pellegrino
Dietro il grande ammiraglio dell’Impero ottomano sopravvivevano due uomini. La conclusione del racconto abbandona la politica e si addentra nel conflitto più profondo: quello fra Uluç Alì e il giovane pescatore calabrese che un tempo si chiamava Giovanni Dionigi Galeni.
E non passò neppure un anno da quel rapporto che la Serenissima stipulò pace duratura e duraturi affari con il Turco nemico. Sarebbe stato quello stesso anno, il 7 marzo 1573. Una pace disonorevole, che Roma e Madrid avrebbero giudicato un tradimento e che alla Repubblica Serenissima sarebbe costata la perdita definitiva di Cipro, Dulcigno e Antivari, oltre i tributi per Cefalonia e Zante. Per non parlare di 300.000 piastre d’oro. Poco, si pensava a Venezia, rispetto ai danni che l’economia veneziana aveva subito dalla vittoriosa battaglia diLepanto, che era stata costosissima e aveva danneggiato gravemente il commercio con l’Oriente e colpito e minacciato lo stesso dominio indiscutibile sull’Adriatico. Era strano che in questo disegno terribile e spregiudicato, il Doge si fermasse sulla personalità di un uomo, che rifiutava un ruolo non marginale per questa pace.
IlRinnegatoaveva con il tempo acquistato una duplice personalità. Dietro il suo fare deciso, scontroso che non ammetteva repliche, si celavano in uno Giovanni Dionigi Galeni e’Uluç Alì.Fin dalla sua cattura ebbe chiaro nella mente, che la sua vita sarebbe stata sempre di schiavo se non avesse in un tempo rispettato i potenti e mostrato coraggio. Questo suo doppio stato d’animo, colpirono testa e cuore quando sentì la proposta di ricevere doni e credenziali dagli ambasciatori veneziani, che prospettavano in lui un mediatore credibile e autorevole per sancire la pace, perché comandante vittorioso, perché “di nazione italiana, di provincia calabrese”,seppure “di sangue bassissimo”.Giovanni Dionigi Galeni pensò che egli era pur sempre un rinnegato; che il suo potere derivava dal suo prestigio sì, ma sempre per gentile concessione del Gran-Signore, che come dava poteva togliere; che dava sulla base di risultati eccellenti e poteva togliere per un capriccio, per un sospetto di tradimento, per venir meno di un rapporto di fiducia. Quanti nemici aveva a corte, ilRinnegato? Sicuramente se uno di loro si fosse fatto portatore delle esigenze di pace della vittoriosa nemica Venezia, poteva essere insinuato che era conseguenza delle sue mai dimenticate origini e dello stretto legame che la sua terra natia aveva con Venezia. Solo Cecilia Baffo, soloBanu-Nurpoteva intrattenere rapporti diretti con la serenissima, senza che nessuno potesse pensare neppure lontanamente che potesse tradire il marito, se così si poteva chiamare ilSultano,o il figlio che gli aveva dato. Per Giovanni Dionigi Galeni tutto era più difficile. PerchéCastrum Hannibalisnon era lontano dal porto che i veneziani consideravano assieme a quello diModonei dueOcchi della Repubblica,e non avendo legami di sangue diretto conSelim II,si poteva pensare che non riuscisse a tenere posizione ferma nei confronti di chi gli aveva dato onori e ricchezza, perché, in fondo, era di “sangue bassissimo”,che non gli permetteva di capire le cose importanti della vita, che non erano la nostalgia e la quiete interiore.
A grandi cose sono chiamati gli uomini, qualsiasi fosse il prezzo da pagare. Per questo nel momento in cui ebbe la proposta dagli ambasciatori veneziani, con fare arrogante e scontroso,’Uluç Alì el Fartaxscappò per non essere Giovanni Dionigi Galeni.
Questa sua doppia personalità lo avrebbe portato nella vita a fare cose che non avevano una logica. A macellare i nemici e a ridurli in truce schiavitù, come a fondare vicinoGalataun villaggio per ricordare la sua origine e il suo rimpianto. In quel momento’Uluç Alì,avrebbe più di ogni altra cosa desiderato essere Giovanni Dionigi Galeni un povero pescatore che parlava al suo mare e un povero prete che parlava ai suoi poveri.




