Costume e SocietàLetteratura

Mistero e vendetta a Locri

La legge è uguale per tutti

DiGiuseppe Pellegrino

Ilone era stato fermato da chi lo aveva ucciso. Tissaferne non era un vero e proprio pericolo. Tirso, invece, doveva essere fermato e disonorato. Non bisognava fare del giovane un eroe e una vittima. Dietro gli orfici si nascondeva a Locri una setta numerosa e ben collegata. La riunione presieduta da Senocrito, pensò Zaleuco, era solo una copertura. Nessuno poteva contare sull’appoggio del poeta ad un disegno così ambizioso. Senocrito era poeta e filosofo; una persona sulla quale Locri poteva sempre contare. Aveva un debole mai nascosto per Tirso, ma il suo era un legame di intelligenza, di assonanza, forse anche carnale, ma sicuramente filosofico e poetico. Locri e la sua giovane costituzione erano in pericolo, pensò il Magistrato, che vide i suoi incubi prendere forma nel peggiore dei modi. L’occhio mancante cominciò a prudere. Era fastidioso quel prurito. Oltretutto la manifestazione fisica di qualcosa che non c’era. La mano sinistra andò all’occhio e la mente andò di impulso teneramente a suo figlio. Suo figlio, pensò il Legislatore, chissà se suo figlio aveva le stesse sensazioni.Chissà se anche lui sentiva il fastidio di un prurito nell’orbita vuota, ogni volta che era preoccupato. A casa, pensò il Magistrato. Bisogna andare a casa. Riflettere e vedere il da farsi.
A quel punto vide Tirso con la sua armatura e a cavallo. Lo vide con una lancia che puntava verso due opliti che con le mani legate e con le gambe strascicanti camminavano davanti. Tirso si fermò davanti a Zaleuco e tronfio di vanagloria apostrofò il Magistrato:
«Questi due codardi sono per te, Zaleuco. Di uomini così Locri non ha bisogno.»
Zaleuco fece cenno con la testa e un sorriso forzato per la vittoria dell’uomo.
Si era fatto tardi ed era ora di pranzo. Zaleuco non pensò di invitare Gorgia e si avviò verso casa. La stessa cosa fece il Siracusano. Ma anche questa volta si era appena accostato all’uscio di casa che Agesilao lo chiamò:
«Pastore, ti devo parlare.»
«È così urgente?» disse di malanimo il Magistrato.
Agesilao non capì, e confermò: «Credo proprio di sì, Pastore. Tu conosci Nefele, figlia di Lisippa? Abita con la madre nei pressi di Centocamere, ma in zona che è più campagna».
«Non so di chi parli» fece brusco il magistrato, non ancora sereno.
«Forse, insistette l’oplita, ti ricorderai delle esequie di Ilone e della donna che ha sparso sulla sua tomba il sangue del melograno e lasciò un gallo vivo per l’alba del suo ritorno.»
Ora, il magistrato ricordava. Ricordava anche di avere pensato che forse Ilone così misantropo non era, se qualcuno si augurava il suo ritorno.
«Qual è la nuova?» domandò il magistrato, a questo punto inquieto.
«Artemio, un vasaio di Kramazia che con il suo carico di merce andava a Centocamere, ha sentito venire dalla casa grida spaventose ed è venuto ad avvisarmi. Sono andato e ho visto una scena raccapricciante. Nefele era tutta coperta di sangue e la casa in disordine. Di Lisippa non ho trovato tracce. Ho domandato a Centocamere, ma nessuno sapeva niente delle donne che, sembra, vivessero molto appartate.»
“Chissà?– Pensò il magistrato. –Qualcuno che è stato sorpreso a rubare. O qualche malintenzionato che voleva approfittare della donna sola”. Ma la riflessione non lo soddisfaceva.L’occhio tornava a prudere e il pensiero andò a Ilone e poi pensò a Strabone e si rivolse ad Agesilao:
«Non è tardi, perché non ti procuri un carro e andiamo anche con il medico greco a vedere?»
Agesilao assentì, poichè anche lui aveva fatto un pensiero simile. Il medico aveva conoscenze notevoli e si era dimostrato già utile. Agesilao di corsa tornò a casa e fece preparare dei cavalli a doppio giogo. Poi si recò a casa di Strabone. Il medico acconsentì a malincuore. Doveva andare da Clelia, ma era era nervoso. Diodoro era un abile artigiano, ma lento nel lavoro e soprattutto non trovava l’argento per lospeculum. Ma la contrarietà non era sufficiente per dire dire no al magistrato, non era possibile. Non nelle sue condizioni di apolide. Trovato il medico, Agesilao tornò da Zaleuco con il carro. Il Magistrato, che era entrato in casa per rassicurare la moglie del suo ritardo, vi salì. Il percorso non fu molto lungo, anche perché i cavalli camminavano ad andatura sostenuta. Arrivati, scese per primo Agesilao e aiutò il magistrato a scendere, poi toccò a Strabone. La casa isolata era aperta. Centocamere si vedeva, ma era lontana. Sul pavimento la donna era allagata di sangue. Strabone chiese dell’acqua e Agesilao provvide con una brocca grande di terracotta. Strabone lavò il volto, le mani e poi le ferite inferte con un pugnale. Lividi si vedevano sulla faccia e sul corpo, come se la donna fosse stata colpita con una frusta. Graffi e pezzi di pelle nelle unghie significavano che la donna si era difesa. Zaleuco guardò il medico.
«Prima di essere uccisa, la donna è stata frustata e torturata. La poveretta si è difesa e si deve essere difesa bene, se chi la ha aggredita ha dovuto ucciderla» sentenziò Strabone.

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