Attualità

Il declino del confronto politico

Pensieri, parole, opere… e opinioni

Sarebbe troppo riduttivo ridurre l’episodio che ha visto la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini apostrofare un gruppo di studenti con la frase «Siete solo dei poveri comunisti» a una scivolata verbale o a una battuta infelice sfuggita nell’incalzare di un confronto pubblico. È, piuttosto, una fotografia nitida dello stato attuale del rapporto tra politica e società civile, e in particolare tra governo e mondo universitario.
La scena si consuma durante un intervento pubblico della ministra, in un contesto politicamente connotato, mentre alcuni studenti universitari contestano apertamente le scelte del Ministero in materia di accesso ai corsi di laurea in Medicina. La protesta non nasce dal nulla, né è il frutto di una contrapposizione ideologica astratta. Al centro vi è una riforma che modifica radicalmente il sistema di accesso, sostituendo il tradizionale test d’ingresso con un semestre iniziale ad accesso libero seguito da una selezione basata sui risultati ottenuti.
Per molti studenti, soprattutto per quelli provenienti da contesti meno strutturati, questa impostazione rischia di spostare il filtro selettivo in avanti, aumentando l’incertezza, la pressione psicologica e il rischio di perdere tempo e risorse senza reali garanzie. Le critiche riguardano anche l’assenza di un adeguato potenziamento degli atenei, delle strutture e del corpo docente, elementi indispensabili per rendere credibile un modello che promette di superare il numero chiuso ma che, nei fatti, continua a selezionare in modo altrettanto rigido.
È in questo contesto che la ministra sceglie di rispondere non entrando nel merito delle obiezioni, ma ricorrendo a un’etichetta ideologica utile solo a ridurre una protesta concreta a una caricatura politica, a trasformare studenti preoccupati per il proprio futuro in figurine di un immaginario conflitto esclusivamente ideologico. Così facendo, il dissenso non viene ascoltato, ma classificato, e una questione complessa viene banalizzata giustificando l’assenza di risposte.
L’elemento più grave non è la categorizzazione in sé, ma ciò che essa rivela, ovvero una politica che fatica a riconoscere la legittimità delle parti sociali quando queste non confermano la propria narrazione. È la dimostrazione di un potere che percepisce la contestazione non come una componente fisiologica della democrazia, ma come un fastidio da neutralizzare con lo slogan, con la battuta, con l’applauso del pubblico amico.
Non è un caso isolato. Da tempo il dibattito pubblico italiano sembra aver abbandonato la dialettica per rifugiarsi nella logica binaria dell’amico-nemico. Studenti, sindacati, associazioni vengono facilmente “ideologizzati” nel momento stesso in cui avanzano critiche. La politica non si misura più con le domande, ma con le identità presunte di chi le pone.
Il contrasto con il passato è lampante. È passata alla storia, infatti, la risposta che l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini diede a uno studente che lo contestava durante un discorso pubblico, pronunciando parole che oggi suonano quasi rivoluzionarie per la loro semplicità democratica: «Se oggi tu hai il diritto di alzarti, di fare le tue obiezioni, di protestare dinanzi al Presidente della Repubblica che ti ascolta con tanta fraternità, lo devi anche a questi uomini dai capelli bianchi che si sono battuti per la tua libertà e per la libertà di tutti».
Una dialettica che, in un contesto simile e con un’analoga volontà di placare i “disturbatori” al fine di concludere il proprio intervento e lasciare spazio solo in un secondo momento al confronto diretto con il pubblica, lascia in eredità una lezione che va oltre la contingenza storica. Nel breve intervento del Presidente Pertini c’è l’idea che il potere non si difenda zittendo, ma ascoltando. Che l’autorità non si affermi umiliando, ma riconoscendo. Pertini non negava il conflitto, lo accoglieva come segno di vitalità democratica. E, soprattutto, insegnava qualcosa sia a chi contestava sia a chi osservava.
È gioco forza, allora, domandarsi che cosa stia insegnando oggi alla società civile una politica che risponde agli studenti con slogan e dileggi. Se il modello del dialogo è quello della Bernini, se il confronto viene sistematicamente ridotto a tifoseria ideologica, quale idea di cittadinanza si sta trasmettendo alle nuove generazioni?
Mi si permetta di concludere con una considerazione provocatoria. Se i discorsi di Pertini hanno contribuito a formare una classe dirigente consapevole del valore della libertà e del confronto che, pure, si è evoluta nella condotta che oggi tiene la maggior parte del mondo politico, che cosa potrà mai produrre una politica che prende a modello l’attuale linguaggio del potere? E, nel caso di specie, quale futuro potrà avere un’università governata da chi vede negli studenti che protestano non interlocutori, ma avversari da etichettare e liquidare?

Foto di ANDURIL85 – Opera propria, CC BY-SA 4.0

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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