
DiGiuseppe Pellegrino
Quella radunata nell’agorà era la stessa gente che durante il giudizio si era schierata per un atto di clemenza per l’eroe di Medma. Ora non aspettava che vedere un cappio chiudersi. Non lo rallegrò neppure l’incontro con tre bambini che cantavano, secondo l’uso, i versi che vietavano di entrare armati in un luogo di giustizia e la pena prevista. In un altro momento sarebbe stato contento. Vide da lontano anche i due disertori vestiti da donna. Li aveva visti anche al porto quando era andato a parlare con Talete. Aveva visto le loro facce funeree e i colpi presi e forse dati. Era facile che un marinaio, dopo un lungo viaggio ed una lunga forzata astinenza e, forse, ebbro di vino, non facesse distinzione tra una donna e un uomo vestito da donna. Difficile difendersi da simili energumeni. Ora erano venuti a Locri, continuando a espiare la loro pena, ma forse contenti di vedere sulla forca chi li aveva mandati sulla strada. La gente si affollava verso l’Agorà sempre più e non faceva caso neppure ai due. Non motti, non lazzi, ora vi era qualche cosa di più interessante. Zaleuco guadagnò il centro dell’Agorà e Agesilao si avvicinò dicendo: «È tutto pronto, Pastore».
«Tissaferne?» domandò il magistrato.
«A un tuo ordine, farò venire il carro con lo stratega» rispose l’oplita.
«L’Agorà è circondata?» domandò ancora Zaleuco.
«Come durante il giudizio, Pastore. Ma poi i soldati saranno più vicini al luogo di esecuzione» rispose puntuale Agesilao.
«Fai portare, Tissaferne» ordinò Zaleuco.
L’oplita si avvicinò a un soldato a cavallo e gli intimò di fare portare Tissaferne. Il soldato partì. Non passò molto tempo, che da lontano si vide il carro. Tissaferne era legato e all’impiedi. Soldati a cavallo e a piedi seguivano il carro, che si fermò vicino al patibolo. Agesilao aspettò un ordine. Zaleuco dispose che le braccia di Tissaferne fossero legate dietro la schiena e poi fece cenno per l’esecuzione. Tissaferne non fece nulla per impedire l’inevitabile. Diligente mise le braccia dietro la schiena e si fece legare. Poi il carro fu portato sotto la forca. Due opliti salirono sulle sponde del carro, allargarono il cappio ingrassato e lo misero attorno al collo dello stratega. Poi Agesilao guardò Zaleuco. Zaleuco abbassò la testa. Agesilao fece cenno agli opliti di far camminare il carro e sfilare dai piedi dello stratega ogni sostegno. I cavalli tirarono il carro.Il corpo dello stratega per un poco seguì la corsa.Poi penzolò appeso al cappio. Si sentì un rumore di ossa rotte, poiché il collo della stratega cedè subito sotto il peso del gigantesco corpo. Non fece in tempo, il condannato, neppure, come voleva, a ricordare a Zaleuco la sua promessa per la famiglia, che subito andò incontro al fiume Lete e Nemosyne. Forse, pensò Zaleuco cinicamente, per lui sarebbe stato meglio bere alla fonte dell’oblio, che di quella sua vita non vi era molto da ricordare per la salvezza dell’anima. Così cinicamente pensò Zaleuco, mentre la folla, al rumore del collo spezzato, fece un grido di meraviglia: così morivano gli impiccati. Poi il mormorio diventò di disprezzo. Il magistrato rifletteva. Quanto lo stratega era una quercia immensa, pochi avrebbero avuto il coraggio di guardarlo negli occhi e non abbassarli immediatamente. Ora che l’albero era abbattuto per terra, ognuno con la sua accetta tagliava la legna che voleva.
Non era ancora l’imbrunire, che la folla cominciava ad abbandonare la piazza. Zaleuco non si mosse dal suo scranno.Non guardava il cadavere appeso e non si era accorto ormai della desolazione della piazza eccetto Agesilao e gli altri opliti, quando sentì una voce non sconosciuta, bassa ma decisa dire: «Eppure non era malvagio né lontano da raggiungere il nostro progetto. Non era frutto neppure di sola ambizione, ma di amore per Locri».
Zaleuco voltò l’occhio mancante verso la voce. L’occhio si era messo, senza motivo alcuno, a prudere. Il magistrato portò la mano sinistra per premere contro e così guardò meglio. Vicino al cadavere appeso, con sguardo malinconico, in tutto il suo vigore di giovane, con la sguardo fermo e la gambe ben piantate per terra, stava Tirso, che così omaggiava il compagno della sua avventura. Zaleuco si avvicinò lentamente e domandò, pur sapendo che non c’era bisogno di risposta:
«Sei tornato, Tirso».
«Chi ti ha detto che sono mai partito, Zaleuco?» con una domanda rispose il giovane.
«Ti sei, dunque, nascosto in questi giorni?» caustico fece Zaleuco.
Tirso non rispose alla provocazione.Il suo pensiero era su Tissaferne, e domandò:
«Era proprio necessario impiccarlo? Era un uomo di armi e con la spada sarebbe stata morte più giusta». Senza aspettare risposta il giovane continuò:
«Nessun merito aveva per Locri l’uomo che ha rischiato la vita e la faccia a Medma? Era proprio necessario essere sordi alle richieste che anche Agesidamo, facendosi portatore degli umori del popolo, ti ha fatto, Zaleuco?»
«Sai bene– controbatté il magistrato –che Tissaferne con la sua morte, per la legge del brochos, del contrappasso, paga altre tre morti.»




