
DiGiuseppe Pellegrino
Castrum Hannibalis, quando’Uluç Alì el Fartaxera ancora Giovanni Dionigi Galeni, faceva parte della contea di Santa Severina, che comprendeva anche Rocca Bernarda, Petilia Policastro, Cirò, Crotone, Carfizzi, San Mauro e Cutro. Per questo non è facile stabilire l’esatto luogo di nascita del ragazzo, posto che questo territorio veniva considerato in modo unitario. Alla nascita di Giovanni Dionigi, la contea era una delle più vaste signorie, seppure costituisse in quel momento solo una parte del patrimonio dei Ruffo-Centelles. Né Giovanni Dionigi, né suo padre Birno, né sua madre Pippa de Cicco sapevano che in quel momento erano sotto la signoria del viceregno di Napoli, finito che era il periodo aragonese. Per loro, ma anche per tutti gli altri, spagnoli erano i primi, spagnoli i secondi. La nobiltà calabrese aveva ritenuto di adeguarsi alla moda imperante della vita nella capitale del Regno e perciò non curava direttamente la riscossione delle gabelle e neppure i possedimenti. Ma fossero uomini del conte o gabellieri autonominatesi tali, l’unica certezza era che solo con la violenza si poteva avere giustizia. Tra la Calabria e Napoli o tra la Calabria e il Regno delle Americhe, da poco scoperte, vi era la stessa distanza. Di tutti i diritti vantati dai nobili, si appropriarono gente senza scrupoli, che vantava titoli e deleghe mai avuti. La terra crotonese che era quasi tutto demanio cominciò a frazionarsi in piccole proprietà di fatto e vano ogni tentativo di ripristinare la legalità. Per tutti coloro che vivevano degli usi civici, fu difficile cominciare a sopravvivere. Perciò il ricordo delle violenze spagnole si rinverdì nelle violenze banditesche e delle incursione barbaresche, guidate spesso darenegados. Il ricordo degli spagnoli si tramutò allora in un modo di dire. «Eu mi spagnu», diceva chi aveva paura. Come dire che la sola vista di uno spagnolo determinava terrore e la parola Spagna divenne nella lingua calabra verbo. Era fresco il ricordo, seppur passati più di cinquanta anni, da quando don Ferrante aveva inviato a Le Castella Maso Barrese, che nel suo furore contro la popolazione voleva forse vendicare l’uccisione di suo fratello durante i moti di Cosenza del 1460, che venne fatto letteralmente a mille pezzi. Maso Barrese ridusse le città a deserto. Usò i soldati spagnoli contro il popolo e i prigionieri fatti venivano squartati.




