Costume e SocietàLetteratura

Dalla guerra alla Legislazione

La legge è uguale per tutti

DiGiuseppe Pellegrino

«Il cibo era poco e le verdure selvatiche di cui io ero goloso, e che a Zeffirio abbondavano, mancavano– continuò a raccontare Zaleuco. –Come fu arrivammo sui campi di battaglia. Nella guerra contro i Messeni, durante la battaglia, mi estraniavo dalla lotta. Avevo paura e le urla, la polvere e il sangue mi stordivano. Un soldato mi vide da lontano e capì la mia paura, non nascosta neppure da un elmo. Veloce e con urla spaventose si avventò contro di me con ghigno feroce e la bocca aperta urlante. Gli puntai la lancia all’altezza della faccia e il corno si infilò di forza nella bocca aperta, che ora urlava per il dolore. Cadde subito e le membra si muovevano come la coda di una salamandra che viene tagliata e continua ancora a muoversi senza nessuna armonia. Per poco, poi il corpo si addormentò disteso. Tirai il soldato lontano dalla ressa. Gli rubai la corazza, l’elmo, lo scudo ed la spada. Ero diventato un soldato. A Sparta sono stato più di tre anni. Qui ebbi modo di vedere l’accortezza degli Spartani nelle cose di Stato. I loro capi erano due magistrati che a turno governavano lapolis. Non governavano il magistrato per nobiltà, ma per la saggezza e la capacità. Amministravano le cose dellapolissei mesi ciascuno, così che nessuno poteva acquistare tanto potere da diventare Tiranno. Domandai a chi era dovuto quel sistema di governo. Pochi ricordavano. Ma tutti mi parlavano di Licurgo e volli sapere di più. Seppi di più a Sparta, ma ancor di più ad Atene. Ammirai la probità del legislatore, ma non capivo la sua tolleranza per i vizi degli uomini, mi resi conto di quanto fosse simile al mio il suo nome e che, se è vero che ognuno ha nel nome il suo destino, il mio non poteva essere diverso dal Facitore di Luce. E così, decisi di non tornare a Locri, se non prima di poter essere utile per il suo buon governo.Alla fine della guerra, dunque, non tornai a Locri, ma mi spinsi fino ad Atene. Qui il culto della Dea Minerva mi colpì. Si diceva che la Dea avesse regalato agli Atienesi l’ulivo, che era l’origine della sua ricchezza. Si diceva che la Dea nella giustizia da lei amministrata in un collegio di tre giudici propendesse, allorché i giudici si dividevano, per la innocenza. Ma soprattutto capii cosa significasse che nel mondo niente era lasciato allatuchè, che tutto era ordine e che bastava guardare in questo ordine per capire le regole di uno stato. Capii che tutte le legislazioni avevano del buono, ma che il problema era l’arbitrio dell’uomo. Un uomo adirato, Agesillao, un uomo rancoroso, un uomo che vuole piegare la legge al suo volere e ai suoi interessi non può sovrintendere al suo popolo e alla giustizia. Capii che era necessario vietare i fatti che danneggiavano la comunità, ma che non poteva essere lasciato all’arbitrio di un giudice, in quanto uomo, decidere la pena e la pena non poteva essere sempre la stessa ma doveva ubbidire al contrappasso. Sì, si doveva pagare con lo stesso male il male che si era provocato. Ma la pena doveva essere certa, non lasciata agli umori del momento del giudice. Ringraziai Minerva per l’ispirazione che mi aveva dato, ringraziai chi per le strade di Atene mi insegnò a leggere e scrivere. Nel cortile della casa in onore della Dea ho piantato due olivi e nell’adronitisvi è una piccola statua che la raffigura e davanti alla quale sosto quando cerco consiglio. Mi spinsi fino in Egitto, dove seppi di Cipro e delle sue forgie che fondevano il rame, stagno e zinco per fare il bronzo. Per fare armi, ma anche statute e attrezzi per la pace. Ho sentito parlare anche della moneta, che si dice sia stata inventata da Lidi e accolta bene dai Greci, ma non vidi mai un conio. E comunque ho sempre pensato che non fosse cosa buona.
Tornai a Locri ed esposi al popolo le mie idee sulla legislazione necessaria per tenere unito e fare grande una città nuova, che stava da poco edificando le sue nuove mura. Il popolo convenne e la Legislazione fu approvata. Fu approvato anche una norma che vietasse lo sconvolgimento delle leggi. Perché, vedi, Agesilao, la preoccupazione è sempre che qualcuno possa piegare le leggi al suo volere.
Questa è la mia storia, Agesilao. Per il resto, ti confesso che ho passato tutta la notte davanti alla statua di Minerva per trovare una soluzione, con l’aiuto della Dea
».
«Dammi due giorni di tempo di tempo Pastore– disse Agesilao –e ti garantisco che porterò opliti a sufficienza per combattere tutti i nemici interni di Locri».
«No, Agesilao– disse Zaleuco, –noi dobbiamo giocare di astuzia. Tissaferne è l’eroe di Medma e per il popolo può tutto. Essere entrato durante un giudizio armato è una grande colpa, ma alla fine sarà considerata lieve e una condanna, seppure giusta, verrà ritenuta eccessiva rispetto ai meriti dello stratega. E poi non è Tissaferne che mi preoccupa, ma Tirso. Egli è l’anima di tutta la tresca. Non capisco quali azioni abbia in mente, ma diventare Tiranno di Locri è certo una sua mira. Noi dobbiamo trovare fatti precisi che inchiodino i due».

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