
Il corteo dello sciopero generale del 30 ottobre contro il carovita e il riarmo stava sfilando sotto i portici di Bologna quando, di fronte a un obiettivo sensibile presidiato dalle forze dell’ordine, la grammatica dello scontro di piazza si è spezza in un attimo. Un plotone di militari della Guardia di Finanza in tenuta antisommossa, schierato per bloccare infiltrazioni, ha compiuto un movimento sincrono e inatteso,togliendo il casco e appoggiando i pesanti scudi di plexiglass a terra.Il video è rimbalzato immediatamente sui social, generando migliaia di condivisioni e trasformando la vicenda nel caso politico della settimana.
Le piazze virtuali si sono subito interrogate sul significato di quel gesto, dividendosi in due opposte tifoserie. Per la sinistra e i movimenti sociali, si è trattato di un atto di romantica fratellanza: il cedimento umano della divisa di fronte al dramma del disagio sociale e dei salari insufficienti. Per i partiti di governo e per le stesse fonti ufficiali della Guardia di Finanza, la realtà è molto più prosaica: non c’è stata alcuna emotività, ma la rigorosa applicazione di un protocollo operativo di ordine pubblico, giustificata da una valutazione tecnica che ha escluso pericoli imminenti riducendo il livello di allerta.
Entrambe le narrazioni si fermano alla superficie della forza ma, che sia stato un calcolo burocratico o un moto dell’anima, l’episodio di Bologna ci obbliga a domandarcicome si definisca, oggi, l’autorità dello Stato all’interno di una democrazia matura.
In un dibattito pubblico dominato da una polarizzazione feroce, la nostra società sembra incapace di concepire il potere se non attraverso forme esasperate di rigidità. Siamo abituati a pensare che lo Stato eserciti la propria sovranità essenzialmente mediante una dimostrazione muscolare e questa estetica bellica viene alimentata dagli algoritmi dei social e da una retorica politica che ha bisogno, per sopravvivere e capitalizzare il consenso, di identificare continuamente un nemico interno contro cui erigere barriere.
Il paradosso è che questo modello, concepito per difendere l’ordine, rischia di produrre l’effetto opposto quando il malcontento sociale cessa di essere una prerogativa di frange isolate ed estremiste. Quando in piazza scende una saldatura generazionale composta da studenti senza futuro abitativo, lavoratori precari e pensionati messi in ginocchio dall’inflazione, l’uso del muro contro muro perde ogni efficacia strategica. In quel momento preciso,l’inflessibilità a oltranza cessa di proteggere le istituzioni della Repubblica e inizia a isolarle, facendo sì che lo scudo alzato non appaia più come un presidio di legalità, ma come il simbolo visivo di una sordità istituzionale di fronte alle istanze del Paese reale.
Togliendosi il casco e posando gli scudi, i finanzieri di Bologna non hanno abdicato al proprio ruolo regolamentare. Non si è trattato di un passo indietro rispetto al dovere, né di una resa di fronte alla piazza. Al contrario, quell’atto ha rappresentato la massima espressione di sovranità democratica finendo con ilrendere visibile lo Stato.Ha ricordato a chi manifestava che dietro l’apparato repressivo operano dei cittadini in uniforme, la cui reale legittimità non deriva dalla violenza potenziale di una carica, ma dal mandato costituzionale di cura, mediazione e protezione dell’intera comunità.
Questaabilità strategica di disarmare psicologicamente il conflitto rifiutandosi di interpretare la parte del nemico precostituitocostituisce l’anima più autentica delladottrina della de-escalation, perché un potere che ha la forza di abbassare lo scudo dimostra di non avere paura del proprio popolo e di sapere che la sua autorità poggia sul consenso e sulla comprensione delle regole del gioco democratico, piuttosto che sul terrore o sull’intimidazione.
La lezione di Bologna investe così l’intero modo di fare politica della nostra epoca. Assistiamo quotidianamente a una classe dirigente che, non sapendo come governare le complessità della transizione economica, risponde irrigidendo le norme, moltiplicando i decreti securitari e inasprendo le pene. Si sollevano scudi normativi contro ogni forma di dissenso, scambiando l’ottusità repressiva per stabilità di governo. Bologna ci dimostra che l’autorevolezza moderna non ha bisogno di visiere oscurate per farsi rispettare e ci ricorda che un’istituzione sana sa quando è il momento di rimanere ferma sulle sue gambe mostrando il proprio volto umano, accettando la sfida del dialogo.Posare lo scudo a terra, insomma, non significa arrendersi al disordine, ma ricordare a tutti che l’ordine pubblico è una costruzione collettiva che si regge sulla fiducia reciproca, e che lo Stato è più forte quando ha il coraggio di farsi guardare negli occhi.




