Sciopero dei giornalisti: un segnale d’allarme per la democrazia
Pensieri, parole, opere… e opinioni

Lo sciopero nazionale dei giornalisti svoltosi il 28 novembre ha rappresentato è stato un vero termometro dello stato di salute della professione in Italia, una fotografia nitida di un mondo del lavoro che da anni attende risposte concrete sul piano contrattuale, economico e normativo. La protesta, indetta dalla FNSI, arriva dopo quasi dieci anni di immobilismo sul rinnovo del contratto collettivo FNSI–FIEG, fermo al 2016, un ritardo che ha reso la distanza tra le condizioni di lavoro dei giornalisti e la realtà effettiva delle redazioni sempre più insostenibile. Allo sciopero hanno aderito giornalisti dei quotidiani, delle agenzie, delle radio, delle tv e dell’online, tutti accomunati dalla consapevolezza che non è più possibile garantire un’informazione di qualità se chi la produce lavora in condizioni di crescente fragilità.
Le motivazioni della protesta affondano nel quotidiano di migliaia di professionisti che da anni sperimentano la riduzione delle redazioni, l’aumento del carico di lavoro, retribuzioni sempre meno adeguate, investimenti editoriali che si assottigliano e una precarietà strutturale che ha trasformato il giornalismo in un mestiere di confine. Il tema economico, tuttavia, è solo una parte del problema: il settore, infatti deve fare oggi i conti con l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi redazionali, l’emergere di piattaforme che sottraggono pubblico e introiti pubblicitari, la pressione costante del tempo reale, l’aumento delle minacce e delle intimidazioni verso chi esercita il diritto-dovere di informare. Solo nei primi sei mesi del 2025, gli episodi di aggressione, violenza o intimidazione contro i giornalisti sono cresciuti del 78% rispetto allo stesso periodo del 2024, un dato che denuncia la crescente vulnerabilità della categoria e il deteriorarsi del clima in cui essa opera.
Il quadro complessivo è reso ancora più drammatico dai numeri sulla composizione professionale. A gennaio 2024 risultavano iscritti all’Ordine 94.086 giornalisti, ma solo 59.017 risultano realmente attivi. Tra professionisti e pubblicisti, la forbice tra chi figura negli elenchi e chi esercita concretamente si allarga di anno in anno. A questo si aggiunge una progressiva erosione dei redditi: tra il 2000 e il 2015 la quota di chi guadagna meno di 35.000 euro annui è salita dal 56% al 65%, e secondo diversi monitoraggi il divario si è ulteriormente ampliato nel decennio successivo. Non stupisce dunque che sia proprio il lavoro autonomo, quello dei collaboratori, dei freelance, dei corrispondenti locali, a presentare i dati più allarmanti, spesso con redditi talmente bassi da non poter più essere considerati sostenibili. In una cornice simile, lo sciopero del 28 novembre è stato anche un grido d’allarme sulla sopravvivenza stessa della professione, un richiamo al fatto che un giornalismo impoverito mette in discussione la qualità della democrazia.
Eppure, nonostante la protesta sia stata ampia e partecipata, resta l’incertezza sugli effetti che potrà avere. Gli editori non hanno ancora dato segnali che facciano sperare in un rinnovo contrattuale adeguato, e lo stesso sindacato ha annunciato che la giornata del 28 novembre potrebbe essere solo la prima di un pacchetto di mobilitazioni più ampio. Resta il fatto che lo sciopero abbia suscitato attenzione e rimesso la questione giornalistica al centro dell’agenda pubblica, costringendo politica ed editoria a confrontarsi con la realtà di un settore che non può continuare a essere sostenuto sull’abnegazione di chi ci lavora. E soprattutto ha riacceso un sentimento di appartenenza collettiva che negli ultimi anni sembrava smarrito.
In questo contesto, la redazione di Métis sente il bisogno di chiarire la propria posizione. Come i lettori avranno notato, infatti, non abbiamo partecipato allo sciopero del 28 novembre perché, a causa della natura strettamente territoriale della nostra testata, avrebbe determinato ripercussioni sugli uffici stampa locali, i promotori di iniziative sul territorio e la comunità che seguiamo quotidianamente. Tuttavia, questa scelta operativa non intacca la nostra convinzione: sosteniamo pienamente le ragioni della protesta e riteniamo che la crisi del giornalismo non sia una questione di categoria, ma una questione democratica. In un’epoca in cui sempre più persone credono che basti essere connessi per essere informati, la fragilità crescente dell’informazione professionale è un problema che riguarda tutti.
Se il giornalismo si indebolisce anche la qualità del dibattito pubblico si abbassa. Il blocco o l’impoverimento dell’informazione rappresenterebbe un ulteriore colpo a una democrazia già in difficoltà e il rischio è che il Paese scivoli verso un sistema in cui opinioni, propaganda e notizie manipolate occupano lo spazio che dovrebbe essere riservato ai fatti. Per questo guardiamo allo come a un segnale che non può essere ignorato. Se la voce dei giornalisti si spegne, quella dei cittadini diventa più debole. E una comunità che non è in grado di informarsi è una comunità che non è in grado di scegliere, valutare, partecipare. Métis continuerà, nel suo piccolo, a fare la propria parte, con la convinzione che difendere chi informa significhi difendere chi legge.




