Zoe Trinchero: quando il richiamo alla responsabilità e meno urgente delle polemica del giorno
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L’omicidio di Zoe Trinchero è l’ennesimo macigno che pesa sulla coscienza collettiva dell’intero Paese non solo per la brutalità del gesto in sé, ma anche per tutto ciò che è venuto dopo, per quello che questa vicenda ha rivelato di noi, delle nostre paure più profonde e delle nostre derive più pericolose. Ancora una volta, infatti, la cronaca nera si è trasformata in uno specchio impietoso, capace di restituirci un’immagine che non possiamo più fingere di non vedere.
La dinamica dell’omicidio, per quanto dolorosa da ricostruire, è chiara. E lo è anche il nome di chi ha tolto la vita a Zoe, Alex Manna, che dopo il delitto ha scelto la strada più bassa e vigliacca: tentare di scaricare la colpa su un innocente, un uomo di 30 anni di origini africane, indicandolo come possibile responsabile. Un gesto che va oltre il tentativo disperato di sottrarsi alle proprie responsabilità penali e che diventa un atto moralmente ripugnante perché gioca consapevolmente con il fuoco dell’odio e del pregiudizio.
È qui che l’amarezza lascia spazio allo sdegno. Attribuire un crimine a “un altro” solo perché diverso, perché più facile da additare, significa conoscere bene il terreno su cui si muove, sapere che esiste una parte dell’opinione pubblica pronta a credere, a sospettare, a puntare il dito senza attendere la verità. È la paura del diverso che riemerge, antica e mai davvero sopita, la stessa logica della “caccia all’untore” descritta da Alessandro Manzoni, che la storia dovrebbe averci insegnato a riconoscere e respingere.
Non è la prima volta che accade. La memoria corre inevitabilmente a un altro fatto terribile di cronaca, quello degli omicidi compiuti da Erika e Omar, quando anche allora il sospetto, il bisogno di trovare subito un colpevole “altro”, un mostro riconoscibile, fece puntare il dito contro un non meglio identificato “albanese”. Si tratta di un copione che si ripete, nel quale la verità viene sacrificata sull’altare della semplificazione e della paura.
In queste ore, ciò che inquieta forse ancora più del tentativo di depistaggio è la reazione che ne è seguita, o meglio, la mancata reazione delle istituzioni. Il rischio di linciaggio del presunto colpevole, alimentato da voci, sospetti e una narrazione tossica, non è un dettaglio marginale. È il prodotto diretto di un clima di tensione sociale che da troppo tempo viene scientemente cavalcato, normalizzato, persino legittimato da una parte del mondo politico. Quando si soffia sul fuoco dell’emergenza permanente, quando si costruisce consenso indicando nemici interni, poi non ci si può stupire se qualcuno è pronto a farsi giustizia da sé.
Eppure, da parte dei rappresentanti istituzionali, su questa vicenda è calato un silenzio assordante. Al momento in cui scrivo non risulta nessuna presa di posizione ufficiale, nessuna parola chiara a difesa dei principi fondamentali dello Stato di diritto, nessun richiamo alla responsabilità e alla calma. Un vuoto che pesa, perché è proprio in momenti come questi che la voce delle istituzioni dovrebbe assumere la sembianze di un argine al pubblico sentire.
Colpisce ancora di più se si guarda a ciò che, nelle stesse ore, occupava invece il centro del dibattito pubblico. Sulle pagine social della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, teneva banco il caso Pucci, trasformato rapidamente nell’ennesimo terreno di scontro politico. Un episodio su cui si è costruita una narrazione muscolare, divisiva, utile a compattare tifoserie e a riaccendere polemiche. Ancora una volta, un fatto di costume è stato piegato artatamente a esigenze di propaganda, mentre un dramma umano e sociale enorme restava senza parole ufficiali, senza attenzione, senza una guida.
Il contrasto è stridente. Da un lato, il silenzio su un omicidio che rischiava di innescare una pericolosa deriva di odio e violenza; dall’altro, la sovraesposizione di un caso trasformato in simbolo identitario, in occasione di tensione politica. È difficile non leggere in questa scelta una scala di priorità che dovrebbe farci riflettere.
Alla fine resta una sensazione amara, difficile da scacciare. La morte di Zoe Trinchero non è stata solo una tragedia personale e famigliare, ma l’ennesima occasione mancata per dimostrare maturità collettiva. Il tentativo di gettare la colpa sull’innocente, la facilità con cui si è riaccesa la paura del diverso, il rischio di linciaggio e il silenzio delle istituzioni raccontano molto più di quanto vorremmo ammettere.
E forse raccontano anche che nell’agenda politica del Paese il richiamo alla responsabilità, alla giustizia e alla coesione sociale continua a essere meno urgente della polemica del giorno. Una constatazione che non consola e che mi spinge a domandarmi, se è vero com’è vero che nemmeno di fronte a tutto questo si sente il bisogno di fermarsi, riflettere e parlare con chiarezza, quali siano davvero le priorità di chi ci governa.




