Attualità

Oltre il tremore: la dignità del silenzio in un mondo che urla

Pensieri, parole, opere… e opinioni

In una settimana in cui le pagine dei giornali sono state prese d’assalto dai toni sempre più feroci del dibattito sulla riforma della giustizia e dall’emergenza idrogeologica, tornata prepotentemente alla ribalta a causa degli eventi alluvionali che stanno flagellando la Penisola, ho scelto consapevolmente di volgere lo sguardo altrove. Non per sottrarmi all’urgenza dei temi dominanti, ma per compiere una scelta in controtendenza, dando voce a chi viene spesso relegato ai margini del racconto pubblico. Il 9 febbraio, infatti, la celebrazione della Giornata internazionale per l’epilessia è scivolata quasi in silenzio nel frastuono generale. Eppure riguarda oltre mezzo milione di italiani. Un numero che non è statistica, ma biografia diffusa, presenza quotidiana, vite che si muovono accanto a noi senza clamore.
L’epilessia è una patologia neurologica complessa, caratterizzata da crisi improvvise e imprevedibili, ma ciò che la rende ancora oggi difficile da abitare socialmente non è tanto la dimensione clinica, quanto il peso dello stigma, l’ombra del pregiudizio che continua a gravare su chi ne soffre. Nonostante i progressi della medicina e una maggiore consapevolezza scientifica, l’immaginario collettivo fatica a emanciparsi da paure arcaiche. La crisi epilettica interrompe, spezza il flusso, incrina la linearità della scena pubblica. In una società che misura il valore sull’efficienza e sulla continuità della performance, questa interruzione appare come una colpa silenziosa.
Viviamo in un tempo che pretende corpi sempre pronti, menti sempre connesse, identità sempre esibite. La normalità è diventata uno standard produttivo, non più una condizione plurale e fragile. Ciò che devia da questo tracciato viene percepito come difetto, come inciampo da nascondere. L’epilessia, con la sua imprevedibilità, mette a nudo la nostra vulnerabilità costitutiva. Ricorda che il controllo è un’illusione e che la vita, anche nella sua dimensione più ordinaria, è esposta all’imprevisto.
Non è un caso che molte persone con epilessia scelgano il silenzio, talvolta persino sul luogo di lavoro o nei contesti scolastici. La paura di essere etichettati come inaffidabili o fragili pesa più della crisi stessa. Si crea così una doppia fatica, quella della gestione clinica e quella della difesa identitaria. Il problema non è soltanto la scarica elettrica che attraversa il cervello, ma la scarica di giudizio che attraversa lo sguardo altrui.
In questo senso l’epilessia diventa un prisma attraverso cui osservare la qualità della nostra convivenza civile. Quanto siamo capaci di integrare ciò che non comprendiamo pienamente? Quanto spazio concediamo all’interruzione, alla fragilità, alla discontinuità? Se la risposta è esitante, forse è perché la nostra cultura pubblica è ancora intrisa di una retorica dell’invincibilità che mal sopporta la caduta.
Eppure la letteratura, spesso più lungimirante della cronaca, ha saputo rovesciare lo sguardo. Basti pensare a Fëdor Dostoevskij, che ne L’idiota affida al principe Myškin una forma di epilessia carica di significato simbolico. L’aura che precede la crisi non viene descritta come un semplice preludio patologico, ma come un istante di intensissima lucidità, quasi una soglia di armonia spirituale. Myškin avverte, prima dello smarrimento, una pienezza che sfiora l’estasi. Un passaggio drammatico, in cui tuttavia la malattia non è ridotta a limite invalidante, ma diventa occasione di contatto con una dimensione più profonda dell’umano.
Lungi da me romanticizzare la sofferenza o negare le difficoltà concrete che l’epilessia comporta, ma riconoscere che la fragilità non esaurisce la persona ritengo sarebbe il primo passo utile a comprendere che esiste una dignità del silenzio che merita ascolto, una ricchezza nell’esperienza della vulnerabilità che può insegnare a una società intera il valore della misura e della cura.
Molte delle persone convivono con l’epilessia in Italia sono bambini e adolescenti, chiamati a costruire la propria autostima in un contesto che non sempre offre strumenti adeguati di inclusione. Altri sono adulti che devono fare i conti con limiti burocratici, difficoltà lavorative, scarsa informazione. Ignorare questa realtà significa perpetuare una marginalità che non è inevitabile, ma culturale e colpisce molto che le istituzioni che avrebbero il dovere di promuovere campagne di sensibilizzazione, garantire percorsi terapeutici accessibili e sostenere la ricerca facciano passare troppo rapidamente in secondo piano la questione.
Forse la Giornata internazionale per l’epilessia non farà mai notizia come uno scontro parlamentare o un’alluvione devastante, né genererà mai titoli a caratteri cubitali. Eppure continua a chiederci se siamo disposti a riconoscere l’altro non quando è performante e rassicurante, ma quando è vulnerabile e imprevedibile.
Oltre il tremore c’è una persona. Oltre la crisi c’è una storia. Oltre il silenzio c’è una richiesta di dignità. In un mondo che urla, forse la vera rivoluzione civile consiste nell’imparare ad ascoltare ciò che non fa rumore.

Foto: ao.pr.it

Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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