Costume e SocietàLetteratura

Il volto di Kılıç Alì

Il Rinnegato

DiGiuseppe Pellegrino

“Egli affermava essere schiavo del Gran-Signore, e che faceva tutto quello che gli commetteva, e che però non occorreva dargli lettere; e di nuovo replicando le medesime parole non volle accettarla.”

Vero tutto.Ucchialiera sempre lo schiavo, anche se di lusso del Gran-Signore. Non poteva, più che non voleva accettare doni. Che se scoperti potevano essere considerati degli indizi, se non tradimento, di tresche con il suo Occidente, con la terra a cui doveva i natali.
Invero, da tempo l’uomo aveva portato a modello di vita un modo di dire che un suo schiavo di origine siciliana gli ripeteva sempre. L’uomo ormai era anziano e più che altro
’Uluçgli dava da mangiare, ma aveva sempre l’abitudine di dare consigli alRinnegato,forte di una lingua originaria assai affine a quella di Giovanni Dionigi, forte ora della sua vecchiaia che gli permetteva di avere coraggio e di non temere per la sua vita. Il motto lo ripetè insabiragli ambasciatori veneziani, che capirono perfettamente perché la dizione non si allontanava molto dall’italiano. Ma in tutte le vicende che avevano portato prima alla battaglia di Lepanto ed ora alla urgenza di tradire quella vittoria che tanto aveva danneggiato il commercio veneziano, non è che gli ambasciatori avessero capito molte cose. Così quando sentirono dirsi:«Bisogna vento dentro Chiesa ma non tanto di sedar la candella» (Ci vuole vento in Chiesa ma non tanto da spegnere le candele),pensarono semplicemente che il grande ammiraglio cercasse di nascondere dietro a frasi senza senso, il suo rifiuto di accettare le proposte della Serenissima.
Il Doge avrebbe fatto meno elucubrazioni mentali se avesse conosciuto meglio la storia dei giannizzeri e non solo il loro valore in guerra. Risaliva la loro storia fino al tempo di
Murad I,che per primo proclamò contro la Cristianità laJihad, la guerra santa, come si credeva erroneamente in Occidente, che suonava come una risposta alla Crociate. Ma non solo questo. IlSultanodettò le regole del combattimento in guerra, buone per tutti, anche perUcciali.Nei territori conquistati, i guerrieri potevano fare razzie e carneficine. Ai superstiti veniva data la possibilità di convertirsi all’Islame diventare a pieno titolo cittadini liberi, o non rinnegare la loro origine, restando così schiavi con l’obbligo di pagare pesanti tributi. I ragazzi al di sotto di dodici anni venivano sottratti alle famiglie e addestrati alle armi e, soprattutto, alla fede. Nacque così il corpo dei giannizzeri, inuovi soldati,destinati a diventare il coltello che trafiggeva i nemici. Non tutti i ragazzi diventavano giannizzeri, ma solo quelli che superavano ladevshirme,la selezione che avveniva ogni quattro anni. La selezione teneva conto della struttura fisica, ma anche della intelligenza, non ultima la nuova fede. Non furono solo un corpo selezionato, i giannizzeri furono anche un corpo ben armato perché dotati anche di archibugi, che mercanti genovesi e veneziani vendevano alTurcoa caro prezzo. Ai giannizzeri non era precluso niente, nessuna delle cariche più alte dell’impero; al momento del congedo godevano anche di una buona pensione, ma tutti sapevano di essere formalmente schiavi. Così sapeva’Uluçe si comportava in conseguenza. Il traguardo raggiunto era immenso, ma la diffidenza era sempre in ogni suo atto.
Mentre scorrevano i pensieri, il Doge ebbe pietà dell’uomo. Certo potente, certo il miglior Ammiraglio della flotta Turca e non solo Turca, ma di fatto, un uomo fragile, che tra due culture aveva scelto la strada obbligata che gli dava superiorità militare ed orgoglio, ma in fondo fragile, come il pretino che voleva diventare.
Poteva bastare. La pace, pensò il Doge, era vicina. Ma fu poi la curiosità a fargli leggere le parole seguenti, che descrivano un uomo che non aveva mai visto, ma che già conosceva nella sua essenza. Conoscere le sue origini e le sue fattezze fisiche poteva aiutare ad avere un quadro completo della
Spadadei Turchi.

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