
Di Giuseppe Pellegrino
«Noi andiamo a scontraci con gente infida, protetta da boschi lussureggianti che permettono, a chi non ha il coraggio di combattere in campo aperto, l’uso dell’inganno, l’attacco veloce di cavalieri con archi o, peggio, di vigliacchi coperti dall’oscurità dei boschi il giorno e dalla oscurità della notte poi. – proseguì Tirso rivolgendosi alla folla. – Una enomatia, schierata in combattimento a cuneo è di facile preda di una guerriglia veloce. Tissaferne non ha voluto neppure arcieri e ciò è stato un errore. Medma andava accerchiata direttamente con un consistente esercito di non meno di cinquemila uomini. E poi Locri si deve dotare di una esercito permanente. Nessuno può garantire la pace di un territorio occupato se non controllato.»
L’Assemblea mormorava. Molti sembravano i consensi alle affermazioni di Tirso. Zaleuco aspettava e come per l’Assemblea che aveva deciso la punizione di Medma, fu Agesidamo a contrastare Tirso. Il vegliardo guardò il giovane, che non abbasso gli occhi, e disse: «Tu parli bene, Tirso. Ma un esercito che controlli il territorio in permanenza Locri non se lo può permettere. Chi coltiva la terra, se i proprietari sono sempre in guerra? A chi verrà lasciata la terra se gli uomini muoiono? Saranno i servi che non hanno l’obbligo delle armi a diventare i padroni. Quale remunerazione potrà esserci per chi, per difendere la patria, ha abbandonato si suoi averi e la famiglia?»
Come sempre l’Assemblea cambiava umore a seconda dell’oratore che parlava. Cose sensate diceva Tirso. Ma cose più concrete metteva in evidenza la saggezza di Agesidamo. Zaleuco attese la risposta di Tirso, che non si fece attendere: «Da tempo i Lidi, i Persiani e pure i Greci usano remunerare i soldati con coni di metallo prezioso da aggiungere al diritto di razzia. Ho visto anche a Paro uomini dediti alla guerra per mestiere e pagati. Locri deve munirsi di un proprio conio.nIl legname prezioso e la pece che fa galleggiare le navi deve essere pagato con i coni di oro, argento, bronzo. I nostri artigiani devono vendere la propria merce ovunque e il territorio di Locri deve essere coperto di ulivi per vendere a tutti l’olio. Ogni cittadino dovrà pagare un tributo alla città secondo le sue ricchezze di terra, di legname, di pece o di altro. Solo così Locri potrà uscire dal suo isolamento ed espandere la sua egemonia sul mare Tirreno fino alle colonne d’Ercole e sullo Jonio fino a Crotone».
Zaleuco pensò che la risposta di Tirso era temeraria ed era bene far valere la sua autorità. Si alzò e, come Tirso, guadagnò il centro dell’Agorà. Nella sua testa pensò di contestare il discorso di Tirso, ma non di umiliarlo, poiché era bene dare al giovane un’opportunità. D’altronde se i discorsi di Tirso prendevano piede, il futuro di Locri sarebbe stato incerto e i discorsi di Tirso potevano fare presto grandi proseliti. Il Legislatore iniziò a parlare lentamente, partendo da lontano. «Quando siamo partiti dalla madre Opunzia e dalle nostre navi si vide il promontorio di Epizephiri, non era nostra intenzione fermarci per dare riparo ai nostri penati. Poi, la bellezza del promontorio, il vento fresco che ogni notte di alza da occidente e rende piacevoli pure le notti più calde e le colline bianche vicino al mare di Kramazia, la cui terra è era indispensabile per i nostri vasi e le tegole per le case, ci indussero a fermarci al lato del promontorio e alloggiare accanto stabilendoci sotto le colline di Kramazia. Vi era acqua in abbondanza, forse troppa.Vi era un porto naturale che proteggeva le nostre navi. Ben presto abbiamo scoperto il territorio e trovato ,nella pianura attorno a Locri, la fonte Locria di abbondante acqua, un terreno piano per fare una città. Tracciammo un perimetro di 50 stadi circa per fare le mura e garantimmo ai siculi pace e lealtà. Poi quel patto lo tradimmo e cacciammo i Siculi anche dal territorio vicino mandandoli verso il mare Tirreno a coltivare i piani che sono al di là del monte degli Sparvieri. Io sono convinto che era necessario garantirci una sicurezza. Così da occidente ci protegge il monte, da oriente il mare, Reggio ci è amica, come amica dal mare Siracusa. Kaulonia e Schilletio sono infide e amiche di Crotone e, dei Sibaritidi dalle veste milesiane, è meglio non parlare. Noi solo da Crotone dobbiamo difenderci. Aprire un varco sul mare Tirreno ci poterà nuove insicurezze dall’interno con i siculi umiliati e dall’esterno da un mare sconosciuto. Troppo giovane è la nostra storia per avere ambizioni di dominio. Troppo sangue abbiamo dato agli Spartani e non abbiamo una popolazione numerosa. Anch’io ho sentito parlare di eserciti mercenari pagati con i coni di oro, argento e bronzo. Ma quale futuro avrà la nostra città se dovrà essere difesa da gente pagata che non ha a cuore la nostra terra e le nostre leggi, pronta a vendersi a chi darà più oro e argento? E poi questo significa cambiare la nostra giovane legislazione che vieta l’intermediazione, che impedisce l’enorme cumulo di terra nella mani di una sola persona.»




