Costume e Società

Quell’insostenibile superficialità dell’era digitale

Riflessioni e dintorni

DiLuisa Totino

Ancora un click, ancora un’ultima occhiata allo smartphone, per vedere quel like in più, che fa la differenza tra l’esserci e il non esserci. Teste abbassate, vite rassegnate al flusso digitale, che ingloba, appiattisce, frena… spegne. Non è più la persona ad agire, ma una pseudo – persona rinchiusa in un apparecchio elettronico, che risponde al suo posto, pensa al suo posto, ama al suo posto. Un abisso di logaritmi che ingoia tutto: bellezza, sogni, creatività. In nome di cosa? Di una gratificazione attraverso un “emoji”, per poter tirare un sospiro di sollievo, per poter essere certi che da parte della “massa” ci sia ancora “considerazione”. E per questa parola si è disposti a tutto. A mettere in scena i lati più intimi e nascosti della quotidianità, anche quelli più segreti. Ma in un tempo non troppo distante avere una propria “personalità” significava un cammino tortuoso per avere accesso a essa e questo aumentava il desiderio di andare ad affondare il dito in profondità per conoscersi meglio, per comprendere i propri limiti e le proprie potenzialità, cercando di colmare vuoti e carenze. Con che cosa? Con la conoscenza, l’informazione e la cultura, quella vera, quella cartacea, quella che ti fa sporcare le dita quando sfogli e ti imprime addosso l’odore della carta stampata. Lo so, sembrano, oramai, concetti desueti, fuori dal tempo e dalla storia. Allora perché tanti che in passato hanno utilizzato quel percorso conoscitivo, hanno cambiato la storia, hanno stravolto il modo di vedere il mondo, di salvare gli altri, di potersi spingere oltre? Perché, oggi, si ha un numero irrisorio di grandi personaggi, sia nel campo scientifico, ma soprattutto letterario? À mai possibile che non nascano più grandi menti? Certo che nascono, ma non sanno di esserlo, non prendono consapevolezza del loro talento. Un bambino dotato di talenti precoci gioca con strumenti manuali, finché immagini vivaci proiettate sulle pareti lo distraggono. Inizialmente torna ai giochi, ma quando il disagio per la distrazione rimane inascoltato, subentra l’assuefazione: il digitale prende il sopravvento e soffoca la libertà di scoprire. Così accade anche nella società attuale, immersa in una gigantesca stanza delle meraviglie digitale, dove tutto è offerto senza sforzo e la curiosità si spegne, lasciando spazio a un’apatica pseudo-cultura fatta di appiattimento e adeguamento. Eppure, nonostante la deriva, la possibilità di risalire resta viva. Un grandissimo attore, Charlie Chaplin, una volta disse: «Vivi! È veramente bello battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La vita è troppo bella per essere insignificante!» In questo pensiero c’è tutto, detto in maniera appassionata e convincente. La vita non è facile, nessuno ci può garantire un’esistenza libera da ostacoli, libera da sofferenze di qualsiasi genere. C’è chi soffre di più e chi meno, ma ciascuno deve affrontare comunque qualcosa, nella vita, per cui l’anima e la mente vengono sconvolti. Anche crescere fa male, i diversi cambiamenti fisici e ormonali non sono certo una passeggiata. Disagio con se stessi, timore di mancata approvazione e appartenenza accompagnano le persone in ogni passaggio d’età. Ma cercare di togliere il beneficio del dolore, in nome di uno stordimento collettivo digitale ha senso? Porta a effetti positivi? A mio parere, poco o niente; può dare solo spazio al decadimento emotivo e mentale da cui, lentamente, non ci si alza più, finendo inevitabilmente a essere il prodotto di altro e non un’elaborazione autentica di se stessi. Tante le parole spese sulle conseguenze dell’utilizzo appropriato del digitale: incontri, convegni, tavole rotonde, dibattiti. La soluzione è da trovare in se stessi, non all’esterno. Ogni persona custodisce un potenziale unico, che fiorisce nell’autenticità delle relazioni e nella profondità del pensiero libero dagli schermi. Gli algoritmi ripetono il passato, mentre l’uomo crea il nuovo attraverso intuizione e ispirazione. Le idee più grandi nascono dalla lentezza e dall’introspezione, non dalla frenesia digitale. Una macchina elabora dati, ma non conosce la gioia, la commozione o la meraviglia. La vera ricchezza sta nell’intensità di ciò che viviamo, non nei “mi piace” ricevuti. Il mondo reale si tocca, si annusa, si ascolta, si assapora. Abitare pienamente i propri cinque sensi è l’atto di presenza più potente contro quell’insostenibile superficialità dell’era digitale, che vuole spegnere il sacro fuoco della vita, quello che rende meravigliosi e indimenticabili ogni nostra azione e pensiero. Non bisogna privarsi della “sorpresa”, perché essa mette in moto tutto l’essere, quello emotivo e quello intellettivo, e permette di migliorare se stessi e l’ambiente circostante, di cui si è chiamati a essere custodi e a rendere sempre più bello e vivibile.

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