Costume e Società

Il sapere: questo grande sconosciuto!

Riflessioni e dintorni

DiLuisa Totino

Che emozione si aveva davanti alla soluzione di un problema di matematica o ad un sistema di equazioni. E che dire quando si riusciva a bilanciare una reazione? C’era la sensazione di abbracciare l’Universo e l’adrenalina saliva alle stelle, quelle inarrivabili sconosciute, che stuzzicavano la curiosità di conoscerne la struttura e il movimento. No, non sono espressioni sconclusionate, segno di demenza senile, ma momenti di nostalgica mestizia, in cui balzano alla mente ricordi scolastici di gioventù, perché è tanta la sopportazione di constatare, di questi tempi, come il sapere è divenuto questo grande sconosciuto. Come si è arrivati a questo? Come è possibile che in un’era, al culmine dello sviluppo tecnologico e dell’Intelligenza Artificiale, si stia perdendo la sete di sapere e il desiderio di custodire la tradizione del sapere di chi ci ha preceduto? L’indifferenza al sapere non è comparsa in maniera drastica e immediata, ma è stato un processo lento e inconsapevole. Piano piano, nei decenni, le informazioni ci sono arrivate sempre più velocemente da diverse parti, tanto che non ci si rende più conto che assorbiamo ad inizio giornata tantissime notizie e che, arrivati a sera, le rimuoviamo dalla mente, dimenticandole. E questo perché, quando non c’era il benedetto o maledetto digitale, il sapere veniva divulgato in un certo tempo, al limite in certi orari, alla televisione e, ancor prima, alla radio. La mente aveva tutto il tempo di assimilarlo, farlo proprio, assaporarlo, ritornarci su in momenti successivi, così poter dar vita a delle opinioni, a delle idee, incidendo sulle decisioni personali e sui conseguenti atteggiamenti. Oggi, la dimenticanza ha preso il sopravvento, perché non abbiamo più tempo di dar “sapore” alle cose, che è anche il significato di “sapere”: “avere sapore” o “gusto”. In questo tempo, ci siamo abituati ad ingoiare le notizie senza masticarle. La velocità di propagazione delle informazioni ha anestetizzato la facoltà di formulare concetti, rendendo il sapere superficiale: brevi input e flash di eventi che lasciano il posto a disorientamento e sradicamento. Le conoscenze, che ci sono state prima di noi, esprimono tutto il cammino evolutivo del sapere umano e non possiamo sorvolarlo come se niente fosse, perché è stato il frutto di una straordinaria “curiosità”, che ha portato l’uomo a “scoprire”, “meravigliarsi” ed “elevarsi”, il tutto attraverso la bellezza del tempo che scorre. Riappropriarsi dell’importanza del sapere e rendere onore a ciò che esso è stato in passato, significa dare vigore e impulso al proprio sapere in relazione al vissuto e a ciò che si è saputo trarre dalla dimensione, non solo esperienziale, ma intellettuale della propria vita. L’aver sapore rappresenta la dimensione dell’unità dell’esperienza con quella intellettuale e con la superiore esigenza spirituale, in un’unità intrascendibile di vissuto, che è la totalità di “esperire, comprendere e significare”. L’uomo che ha sapore è in grado di dare sapore, cioè di comunicare il proprio sapere. E il sapere è possibilità di ordine e al tempo stesso di formazione al gusto, come costruzione armonica della personalità. Una biblioteca ben ordinata è divisa in settori disciplinari; ogni settore risponde ad un ordine che può essere il più vario: per autore, per acquisti, per ordine alfabetico, e così via. Il raccordo tra i diversi settori disciplinari avviene per mezzo di indicazioni, che ne sottolineano l’appartenenza, quindi la diversità, ma anche l’interconnessione. Una biblioteca ben ordinata rappresenta la storia e i gusti di chi l’ha creata. In questa metafora, sapere significa collocare le informazioni in una relazione interdisciplinare, dove i contenuti vengono pensati, dominati e amati. Una persona che pensa, ogni uomo degno di questo nome, prima di tutto si rende conto della propria ignoranza e dei propri limiti. Pensare in termini di questa metafora significa rendersi conto di quanti libri mancano per completare la biblioteca, come essa sia inesauribile, e di come sia complicato collocare le informazioni. Si comprende quanto sia arduo il lavoro che investe l’intelletto, ma anche il gusto, la capacità di scelta, le inclinazioni personali. Come la biblioteca sia frutto di una personalità intera, nel senso di integrata, dove tutte le facoltà partecipano alla costruzione del sapere. L’eccesso di informazione crea l’illusione della conoscenza e genera confusione. L’attività critica si blocca: l’individuo “informato” ignora i propri limiti e crede di sapere solo perché accumula nozioni, ma non è in grado di organizzarle con criteri di giudizio o priorità. In un contesto di questo tipo viene accusata l’assimilazione ideologica dell’uomo con la macchina. Il progresso ha condotto ad una raffinatissima e velocissima quantità di informazioni, che ha, di conseguenza, trascinato con sé notevoli possibilità analitiche. La cultura umanistica ne ha risentito sul piano metodologico, come mancanza di sintesi. Sta all’uomo ricostruire sintesi pensate, dovesintesiè classicamente giudizio, relazione tra soggetto e oggetto, tra parola e vita.

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