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La relatrice ONU che fece tremare i potenti

Pensieri, parole, opere… e opinioni

Francesca Albanese, giurista italiana specializzata in diritto internazionale e diritti umani, è dal2022 relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. Nata nel 1977, con una formazione accademica svolta tra Pisa e Londra, ha maturato una lunga esperienza come esperta delle Nazioni Unite, lavorando con l’UNRWA e l’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, prima di essere scelta per questo delicatissimo incarico.Prima donna a ricoprire questo ruolo, Albanese ha sin da subito condotto un lavoro rigoroso, basato su dati e testimonianze raccolte sul campo,denunciando con determinazione le violazioni sistematiche dei diritti umani da parte di Israele nei confronti della popolazione palestinese.
Le sue relazioni hanno descritto l’occupazione come un regime coloniale e di apartheid, evidenziando una precisa volontà di impedire ai palestinesi l’esercizio del diritto all’autodeterminazione. Le sue analisi hanno puntato l’attenzionenon solo sulle responsabilità dello Stato israeliano, ma anche su quelle di aziende private e governi stranieri, tra cui gli Stati Uniti, che con il loro supporto economico e militare contribuirebbero al mantenimento di un sistema di oppressione. Tra i rapporti più discussi figura quello del 2024 intitolatoAnatomia di un genocidio, in cui si afferma che esistano ragionevoli motivi per ritenere che Israele stia compiendo atti genocidari a Gaza.
Proprio il suoultimo rapporto, pubblicato a giugno, nel quale vengono indicati48 colossi tecnologici internazionaliche avrebbero sostenuto l’economia dell’occupazione e della guerra, ha innescato unareazione durissima da parte del governo americano. Il 9 luglio, infatti, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha annunciatosanzioni personali contro Francesca Albanese, accusandola di aver lanciato una “campagna politica ed economica” contro funzionari e interessi statunitensi e israeliani. Il provvedimento prevede ilcongelamento di eventuali beni e il divieto d’ingresso negli USA, configurando unatto di evidente pressione diplomatica.
La decisione ha suscitato sconcerto in tutto il mondo: l’Alto Commissario ONU Volker Türk, il presidente del Consiglio ONU per i Diritti Umani, Amnesty International, Human Rights Watch, l’Unione Europea e numerosi altri attori istituzionali hanno chiestol’immediata revoca delle sanzioni, denunciandoun grave tentativo di intimidazioneai danni di un’esperta indipendente che esercita un mandato ufficiale delle Nazioni Unite. Anche alcuni parlamentari statunitensi hanno espresso disagio per una misura che sembraminare la libertà di ricerca e la credibilità del sistema multilaterale. In Italia, invece, ilsilenzio del governoha aperto una polemica politica: dalle opposizioni sono piovute richieste di chiarimento, ma il Ministero degli Esterinon ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica, suscitando ulteriori dubbi sul ruolo che il nostro Paese intende assumere nel contesto internazionale.
Questa vicenda rappresenta un caso esemplare della crescente tensione nei rapporti internazionali, ma soprattutto dellagrave minaccia che incombe sull’esercizio democratico della libertà di parola e sul diritto all’informazione. Se una relatrice ONU può essere sanzionata da una grande potenza per aver denunciato crimini di guerra documentati, è legittimo chiedersiquale futuro attenda il diritto internazionale. E quali garanzie resteranno per chi, anche in contesti meno visibili, cerca di far luce su violazioni sistematiche dei diritti umani?
L’accentramento del potere politico, economico e militare nelle mani di pochi attori globalirischia di rendere impossibile ogni forma di dissenso,riducendo la libertà di espressione a un privilegio tollerato solo quando non contrasta gli interessi dominanti. Se Washington e Tel Aviv possono sanzionare con tale facilità un’esperta nominata da un organismo internazionale come l’ONU,quale messaggio si manda agli altri Paesi? E quale effetto potrà avere sullalibertà dei media, sulle organizzazioni umanitarie e sui rappresentanti della società civile?
Il caso Francesca Albanese non è solo un attacco personale. È un precedente pericolosoche rischia di influenzare profondamente la politica estera e interna nel prossimo futuro,minando le basi del sistema multilaterale e delegittimando ogni forma di vigilanza e dissenso. Non si tratta solo di una questione diplomatica:è in gioco l’idea stessa di giustizia internazionale, la possibilità di difendere i diritti umani anche quando toccano interessi potenti.
E l’Italia, Stato membro dell’ONU e patria della relatrice sanzionata,quale ruolo intende giocare? Ilsilenzio del governo Meloni, finora assordante, solleva interrogativi inquietanti sulla capacità (o volontà) del nostro Paese di difendere i propri cittadini ei valori democratici su cui si fondano le istituzioni internazionali. Un atteggiamento di passività, in questo contesto,non è neutrale: è una scelta politica che pesa e peserà sulle future relazioni dell’Italia con la comunità internazionale, esull’immagine del nostro Paese come difensore dei diritti e delle libertà.

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Jacopo Giuca

Nato a Novara in una buia e tempestosa notte del giugno del 1989, ha trascorso la sua infanzia in Piemonte sentendo di dover fare ritorno al meridione dei suoi avi. Laureatosi in filosofia e comunicazione, ha trovato l’occasione di lasciarsi il nord alle spalle quando ha conosciuto la sua compagna, di Locri, alla volta del quale sono partiti in una altra notte buia e tempestosa, questa volta di novembre, nel 2014. Qui ha declinato la sua preparazione nella carriera giornalistica ed è sempre qui che sogna di trascorrere la vecchiaia scrivendo libri al cospetto del mare.

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